( numero sette )

bonóra al marcà e tardi ala guera

mercoledì, 04 luglio 2007

Conmigo

Non mi ricordo com’è che quella volta mi sono trovato a uscire.

Dico, mi pare strano, perché era come andare a una festa. Io le feste faccio fatica ad andarci, di solito invento problemi, vado se proprio costretto. Quando poi capita: una faccia che neanche mi aspettasse il patibolo. E’ una scena abbastanza ridicola, a stare là a vedermi, essermi amico, uno si fa delle domande, me ne rendo conto. Ma non so cosa farci. Sto male prima, sto male durante, solo dopo mi riprendo un po’. Appena la festa è finita io sono simpaticissimo, come nuovo, pronto per la serata. Non so perché. Non che non sia una persona socievole, che non gli piace conoscere le persone o cose così, solo che proprio le feste davvero non lo so, è più forte di me. Quando avevo diciotto diciannove anni che è un periodo brutto quello, anche l’università poi abbastanza, sotto questo profilo molto insidioso, mi ricordo le sere avanti pensavo sempre diobono speriamo che arrivo alla pensione, all’andropausa, all’ospizio, non so, così poi sarà finita questa solfa, si spera, gli sarà passata a tutti la voglia di far feste. Dev’essere il nome, una roba mentale mia. Non è che sono agorafobico piuttosto che claustrofobico o altro, è una cosa psicologica. Per dire, se una sera arrivo a una festa e mi dicono no guarda tranquillo non è una festa, è un’assemblea di condominio, io capace che mi sento a mio agio e arringo uno due pianerottoli, grandi risate e pago da bere con la quota ascensore.
Ho divagato, mi sa.

Dicevo, chi lo sa come sono finito ad andare con lei fin laggiù. Penso sia stata la curiosità, perché la festa è una festa particolare, famosa nel suo genere, certo non l’ho fatto per lei, uno sforzo così, per lei, ci mancherebbe.
Anche se lei è la ragazza più bella che io abbia mai visto. Ho fatto due conti veloci, è così.
Francese. L’ho conosciuta a lezione, siamo nella stessa classe a spagnolo. Occhi verdi, castana, ricciolina. Frequentiamo più o meno lo stesso giro di amici, in qualche occasione parliamo un po’. E’ molto riservata, quasi timida, ride a metà, con la bocca, gli occhi sempre attenti, molto composta, pungente a parole, ma solo quando serve e ci sta con l’ambiente, spontanea ma misurata, quasi aristocratica direi, nei modi, con quella punta di capriccioso e incostante che non disturba, anzi che dà un po’ di colore, un che di frizzante. Solo era troppo bella per innamorarsene davvero, forse. Era più da ammirare, da angelicare senza fretta, le domeniche pomeriggio. Ma questo soprattutto per il modo di fare, perché se avesse voluto, avrebbe potuto essere una da sangue alla testa. Queste cose dipende sempre, bisogna vedere.

Insomma, quella sera siamo d’accordo, anche con altri, andiamo, vediamo, stiamo.
Alla fine non è una festa, avevo capito male, è una sagra, meno male, alle sagre sto abbastanza bene, giro, bevo, mangio, guardo. E’ bello, quella sera. Ci sono i cavalli. Un mare di bombillas. Beviamo qualcosa.
Poi giriamo. Ci sono le ballerine, andiamo a vedere le ballerine.
Beviamo un po’. Poi ci spostiamo. Ci sono quelli che danno la manzanilla gratis.
Beviamo la manzanilla gratis.
A un certo punto mi pare che ci siano molte più lampadine di prima, e meno persone.
Lei a questo certo punto mi pare, dico mi pare, non è che sono sicuro, ma mi pare che dica, a voce abbastanza alta: quiero follaaaar.
Che vorrebbe dire: voglio scopaaaare.
Ora.
Questo non mi sembra molto aristocratico, come modo di esprimersi. Sarà che è un po' che manco da Versailles, ma qua la nobiltà mi sembra che è cambiata molto, ultimamente, che è parecchio decaduta.
Io li per lì mi è sembrato strano, sono rimasto stranito infatti, che la ragazza francese che dico io, quella che conosco io, questo non l’avrebbe detto mai, ma neanche pensato, ma proprio mai. Allora ho chiesto a uno. Senti ma ha detto proprio… Sì, ha detto che vuole scopare. Ah d’accordo, no è che non avevo sentito, sai il casino, grazie.

Ora, va bene che abbiamo bevuto, la festa l’allegria e tutto quanto, ma io l’ho presa male questa cosa. Uscirmi così dal mio ritrattino, deragliarmi sul triviale, sul disinvolto, sul disinibito, sul giovane. Son diventato subito triste. Come avete presente quel momento preciso che ti accorgi che hai fatto un errore madornale.
Lei invece ha iniziato a carburare, continua a dire quiero follar quiero follar, adesso urla pure. E ride.
Io sono sempre più amareggiato, mi son così rabbuiato che faccio quasi finta di niente, mi mescolo tra la folla, non la conosco quella lì. Ma tu pensa. Che delusione.

Che peccato. Una ragazza bellissima.

Non me ne capacito. Mentre cerco di farmene una ragione passa un po’ di tempo.
Poi mi son detto, non è che magari sono io, che prendo le cose per il verso sbagliato, vedo le scenate dove non ci sono, si stava solo scherzando, o anche no, però insomma, nel senso, un minimo di elasticità, per dio.
Ma infatti.
Son lì che penso, che mi schiarisco un po’ le idee da scurite che si eran fatte, mi accorgo che son rimasto solo io, solo io con lei.
Voglio dire non è che tutte le persone sono come dico io che devono essere, no, nella realtà poi sono così E colà, questo E quello, anche tu, tu nel senso io, potresti ben ogni tanto fare un qualcosa di diverso, provare un attimo, sempre le solite robe tu, tu tu sì, sempre lento e macchinoso. Fai anche le cose st'altre no ogni tanto.
Ma infatti.
Mi sono fatto tutto un discorso che mi sono anche convinto alla fine.

Lei è ancora lì con quiero follar quiero follar, e ride, allora io era mezzora che stavo lì in silenzio, tra l’altro son rimasto solo io, le ho detto, forse troppo serio, Conmigo?

No. Mi ha risposto. No. E rideva.

Ma infatti, ho pensato, come rinsavito.

Che io mi ricordi questa è stata la prima, l’unica e sicuramente l’ultima volta che ho scientemente e consapevolmente provato a fare del sesso con una ragazza. Tuttora mi sembra che sia il tentativo più elaborato che mi possa venire in mente, anche sforzandomi. Pure la risposta mi sembra l'unica possibile.

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martedì, 06 giugno 2006

You, me and the bridge at Argenteuil

Alla fine dell’estate saremmo entrambi partiti. In treno, andavamo forse a Venezia, le feci aprire il regalo. Dopo mesi di creste varie le avevo preso un lettore cd. Dentro c’era un disco fatto da me, portandolo canzoncina per canzoncina a casa di un amico col masterizzatore. All’epoca bisognava scegliere, quattordici, quindici, sedici, diciassette tracce al massimo.
Ho ritrovato quel cd. Non è mica tanto bello. Però alcune cose avevano un senso allora, e oggi rimane solo una patina. In copertina avevo messo le pont routier à Argenteuil di Monet. Come idea, oggi come oggi, mi fa accapponare la pelle. Comunque il quadro mi piace, parla di una bella giornata. Trovo molto giusto quel beige nell’acqua.
L’ho visto anche dal vivo, molti anni e molti casi dopo. Volevo guardarlo da mezzo centimetro, ma il gendarme gridava can’t stand so close move back move back shabadabada. Ma questo è un altro viaggio, altri saluti.
Aveva ascoltato due canzoni, poi si era commossa con qualcosa di facile come i Dire Straits. E mi ha stupito. Mi ha colto di sorpresa perché lei non era tipa. Lei era più una che al lovestruck Romeo risponde sbadata hey it’s Romeo, you nearly gimme a heart attack, una pratica, di buon senso, you shouldn't come around here singing up at people like that. Mi piaceva come camminava sulle mie aiuole e ci buttava le cicche sopra. E non fumava neanche, per dire. Lo faceva sorridendo, era un gioco, un gioco anche più bello del mio. Infatti adesso lo faccio io. Con te avevo anch’io un mio disincanto, ma era virulento, sfuriava alla cieca, si insinuava dove non c’entrava niente, un po’ esorcismo, un po’ mettere la manine avanti. Né il mio né il tuo comunque ci hanno poi salvato. I guess it was just that the time was wrong.
Però quel viaggio in treno è stato bello e molti altri giorni.
Il cd finiva male, sempre per questo mio fenomeno strisciante, e poco importa sapere ora che era profetico. Ti ho vista ieri, e non ci salutiamo, I passed you on the street, you stole a glance my way. How can it be.

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mercoledì, 24 maggio 2006

Mio nonno, una retrospettiva

Generale romano o satrapo persiano? - Atti del convegno e interessanti prospettive sugli studi revisionisti

Mio nonno, in carriola diranno i piu' simpatici tra voi. No, sbagliato. Dicevo, mio nonno, l'unico dei quattro che ho fatto in tempo a conoscere, mi ha lasciato una scatola di latta piena di francobolli. Ogni tanto la apro, ha un odore proprio da nonno, anche se temo mio nonno non avesse per niente quell'odore. Sono debole di ricordi, seguo false piste e, se dolci, prendo per buone anche fantasiose calunnie. Julio dice che e' normale, che in tutte le teste la sala dei busti romani della memoria offre molti satrapi persiani. Per questo mio nonno e' molto piu' alto, magro ed elegante di quanto mio nonno fosse alto, magro, elegante. Il suo sguardo e' in parte di mio zio, in parte fotografico. Chissa' quanti restauri, quanti apocrifi non riesco a identificare. Per esempio in questa cosa dei francobolli.
A volte penso che e' strano, e' curioso come quel suo rigore tassonomico si sia dissipato misteriosamente passando da lui a mio padre e poi a me. Una falla cromosomica, l'interferenza del corredo genetico di mia madre (che mio padre infatti chiama Madame Pressapoq). La domenica pomeriggio il nonno mi spiegava un sacco di dettagli sulla dentellatura e la filigrana, ma avevo 6 anni, non me ne fregava molto, mi piacevano quelli colorati con gli animali o i fumetti, che erano quasi sempre del Lesotho o del Botswana, robe che non interessavano a lui. Poi facevo finta di volerci mettere le dita sopra, cosi' lui mi pizzicava con la pinzetta; faceva sempre finta di arrabbiarsi, in quella misura giusta, ne' troppo ne' poco, da farmi continuamente riprovare. Insomma era un po' un dialogo fra sordi, immagine in effetti metaforica solo a meta' (mi perdonera' la mancanza di rispetto).
Mi piaceva come mi guardava mentre spiegava quelle fondamentali astrusita'. Aveva un che di gratuito negli occhi, la rassicurazione che non mi avrebbe mai chiesto di ripetere o di associarmi al circolo filatelico, la consapevolezza che solo per un caso, un centimetro, per l'inesauribile girare delle ruote non stavamo a fare il bucato o la grappa o a parlare di marmellata, moto, guerre, montagne, barche. E comunque sarebbe stato lo stesso. A me facevano ridere le parole, Italia turrita, Gronchi rosa. Ahaha, ma che cosa sono i gronchi? Pensavo ai granchi e Stanlio e Ollio, oh oh oh, stupído.
Mio padre dice che dovrei guardarci bene nella scatola di latta, perche' il nonno ci metteva dentro un sacco di francobolli rari, in attesa di ordinarli nei raccoglitori. Papa' ci tiene molto a quella scatola. Ovviamente l'argomento in questi anni sara' saltato fuori tre quattro volte non di piu', ma da come ne parla mi pare voglia farmi capire che e' mia, non nostra, di famiglia, mia.
Lui era piu' piccolo la domenica pomeriggio, stava li' seduto, a margine come non e' mai, lasciandomi fare da tramite, io, la veloce spoletta. Trattava mio nonno con una certa deferenza, con un affetto molto preciso e composto, e mio nonno allora, di rimando, mi dedicava attenzioni e tenerezze in sovrappiu', perche' quelle che non trattenevo si disperdessero attorno. Ecco, questa, ad esempio, mi sembra una ricostruzione molto spuria, mi puzza proprio. Diciamo che e' una crux interpretativa.
Ho visto piangere mio padre una sola volta: al suo funerale. Io invece neanche una lacrima, ho vomitato d'accordo, ma pianto no. In chiesa avevo papa' di fronte perche', a causa di una serie di madornali errori commessi nel percorso di educazione dei fanciulli durante gli anni '80, facevo il chierichetto. Ero troppo preoccupato di suonare la campanella al momento giusto. Io finche' ho un compitino, sto pure benino. Dlin dlin dlin dlin.
Tante facce le vedo solo ora, chissa' se romane o persiane.
Porto lo stesso nome e lo stesso cognome del nonno. Un mese dopo il funerale il postino recapito' a casa mia una busta con l'esito di alcuni esami che aveva fatto tempo addietro. Una nota fissava altri accertamenti e consigliava di sottoporsi, quanto prima, ad un intervento per scongiurare un'eventualita', un'eventualita' che nel frattempo si era ormai fatta troppo realistica e per nulla scongiurabile. Al nonno la lettera non sarebbe piaciuta, non era nemmeno affrancata. Papa' chino' la testa, in tutti i sensi possibili, e disse solo "non si fa cosi'", rivolgendosi alla vita in generale, al sistema sanitario nazionale, al nonno, non lo so, pero' questo me lo ricordo bene, questo e' romano, sicuro, al carbonio14. Solo nei giorni successivi trovo' la forza di arrabbiarsi meglio.
Io per un po' continuai a ricevere la posta del nonno, ma era per lo piu' corrispondenza con altri collezionisti di francobolli. Ho provato tante volte ad appassionarmi, ma proprio non e' cosa.
La scatola l'ho messa via, lo so che dentro c'e' qualcosa di valore, ma il valore col tempo non potra' che aumentare, per forza. So gia' cosa farne. Papa' sta diventando un po' piu' alto, piu' magro, piu' elegante, meticoloso lo e' sempre stato.

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lunedì, 03 aprile 2006

A good morning

E' ancora mattino presto quando si sveglia. C'e' gia' luce nel salotto e a poco a poco si e' sedimentata sotto i suoi occhi fino a tracimare e a sollevarlo. Da qualche giorno dorme sul divano, a casa di Marco.
La prima impressione e' piccola e asfittica, non riesce a capire come e' orientato il letto, verso cosa e' rivolto, dove si trova; e' indeciso tra due citta', una di qua e una di la'. Poi pero' questo pensiero cianotico si schiarisce, lentamente riprende a scorrere la coscienza. Come si dice, fa mente locale.
Marco non c'e', e' partito la sera prima per andare a trovare alcuni amici. E' solo in casa, ed e' contento. Si mette seduto, poi in piedi. Va in bagno, accende la radio. Se potesse scegliere con chi stare, in questo momento vorrebbe rimanere cosi', da solo. Si vede impegnato in una minuziosa toeletta, una ginnastica, una catalogazione. Gli serve tutto l'ossigeno della casa, ogni metro, qualsiasi rumore. Non c'e' ordine con qualcuno vicino. Il disordine e' bellissimo, ma non un punto di partenza ne' di arrivo. Non e' un punto preciso. I punti precisi sono organizzati e autosufficienti, distanti fra loro. Come un assedio, come una prova. Ha fame.
La luce e' aumentata, apre la finestra, l'aria e' fresca e rosa e piena di voci. Questo pomeriggio andra' al barbecue fuori citta', ammesso che non si perda.
C'e' un sacco di tempo, il mondo e' una torta di mele e oggi ne mangera' un pezzo. C'e' gia' un bicchiere con scritto il suo nome, c'e' gia' chi ne ridera'. Spera lui stesso, se arriva fra i primi.
Esce e comincia a camminare. Camminando e' sicuro di non perdersi nulla, di avere tutto di fronte, di poter abbracciare ogni cosa da una panchina, da una pausa, da una sigaretta. Pensa alla corda, ormai lunghissima e lenta, la sente ancora in mano. Sa che qualcuno e' attaccato, gli basta tirare piu' forte. Ma oggi si limita ad aspettare l'autobus.
Sorride perche' tutto e' a posto, perche' tutto ha un posto, anche quello che manca, perche' quello che manca verra'. L'idea di sbagliarsi e' un leggero mal d'auto, che presto dimentica quando si siede davanti.

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