( numero sette )

bonóra al marcà e tardi ala guera

giovedì, 17 gennaio 2008

Memoria di me puttana triste

you'll look like a photograph of yourself
taken from far far away
and I won't know what to do
and I won't know what to say
except fuck you
I see you and I'm so perplexed
what was I thinking
what will I think of next

(Ani DiFranco, Untouchable Face)


La mia giornata cominciava così. Mettevo in ordine delle notizie, le belle da una parte, le brutte da un’altra, le vere sotto, nascoste, le false sopra. Poi arrivava il mio capo. Dopo arrivavano i capi del mio capo. Ultimi arrivavano i comunicati, temibili e temuti. Dall'iperuranio arrivavano.
Cambiavo i testi, se necessario li traducevo dall’aziendale all’italiano, o dall’inglese iperuranico all’aziendale. Magari era un nuovo prodotto. Magari un bell’evento mondano.
Poi si chiamavano i giornali, io a tappeto, il mio capo invece solo il ristretto, selezionato, solito, caro, fedele giro di grandissime mignotte.

Oppure succedeva qualcosa, venivamo chiamati per qualche casino. Allora prima della fase standard si provvedeva a tamponare subito tutto con doppi giri di parole. Nei casi peggiori, il mio capo prendeva tempo con minacce di azione legale barra sospensione dei finanziamenti barra pestaggio da parte di tecnici autorizzati e qualificati.
Dopodiché si applicava la procedura standard.

'A voj sape' la procedura?
Dire a comitato e consumatori che il prodotto magari non fa bene, ma neanche è provato che fa male. Sentire sindaco, dire che le robe non fanno niente, noi facciamo bene, lui fa bene, i comitati fanno così così. Sentire giornalista, dire che noi facciamo bene, comitato fa male, amministrazione così così. Risentire amministrazione dire che noi abbiamo fatto bene, ma i giornali male, ci sa.

Alla fine sentire capo del capo dire che lui benissimo, complimenti, noi anche bene dai, commentare che giornali, eh, così così, analizzare che amministrazione male, lamentare che comitati malissimo, sempre peggio, confidare che, però, pure il capo del capo del capo poteva fare meglio.

Mi ricordo riunioni farlocche, passate a giocare al bingo delle cazzate (trovato a suo tempo da soledad), dalle quali il mio responsabile usciva sempre senza aver detto nulla di rilevante ma con quella faccia di segreta soddisfazione, di compiacimento stupito e purtroppo mai del tutto comunicabile, come di chi ha fatto la cacca perfetta*.

Delle volte penso: ma io, anche queste cose qui che ho fatto. E pure altre, nella vita, che è lunga a tirarvele fuori adesso. Per fortuna che non ho fatto molto male a nessuno e a un certo punto mi sono accorto da solo, ma insomma, potendo, mi sputerei in bocca lo stesso. E accorgersi prima? dico io.

Senza moralismi, ma è stato tutto tempo buttato via.

Delle volte mi guardo indietro, mi vedo piccolo piccolo, scemo scemo.
Mi viene paura che anche oggi, in fondo, sia solo qualche mese di vantaggio su un me (che per brevità chiameremo) Migliore, destinato ad arrivare per sempre in ritardo, a constatare puttanate.


* Siccome qua a volte passa anche gente di classe, mi scuso se il mio parlar v'è duro. Per amor di chiarezza, la cacca perfetta è tale quando esce: a) subito, b) in un colpo solo, c) senza sporcare.

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sabato, 24 novembre 2007

Crisi delle vocazioni

Ho trovato un .doc che ci ho scritto questa cosa, ma non so più dove volevo andare a parare.

Da bambino mi ricordo mangiavo di corsa e poi mi mettevo a fare subito i compiti. Mi ci voleva un'ora al massimo, poi ero libero. Andavo giù in cortile, facevo un giro sotto gli altri condomini a cercare qualcuno. Ero sempre il primo, mi toccava andare a chiamarli, gli amici, fargli i compiti, a volte. Le mamme, alcune mi guardavano male, ma non ce li ha i genitori questo qui, avranno pensato, altre no, bastava che non facevamo casino il pomeriggio presto. Ma per me tutto il tempo passato dentro casa, a guardare la televisione, i cartoni animati, a giocare coi lego, era tempo perso, buttato via. Quelli erano i ripieghi, per quando pioveva o, a detta di altri, faceva troppo freddo/caldo o era troppo tardi/presto per andare fuori.
Avevo questa cosa, questa specie di vocazione, di richiamo a stare in compagnia, a cercare gli altri bambini, ma, più che altro, a non rimanere mai da solo o fermo.
Se stavo da solo mi annoiavo. Se stavo fermo mi annoiavo. Se stavo da solo e fermo quasi sicuramente stavo dormendo.
Poi dopo, crescendo, mi è rimasta questa chiamata, divenuta col tempo, da istinto che era, più una tentazione, ma ugualmente irresistibile, a smettere qualsiasi cosa per ciondolare in compagnia. Ogni scusa era buona per convergere verso qualcuno. Se stavo fermo pensavo che ero scomodo. Se stavo da solo pensavo che ero triste. Se stavo da solo e fermo pensavo a qualcuna con cui volevo stare, allegro e a mio agio.
Adesso sono un po' di anni che, non so come mai, questa cosa mi è passata.
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giovedì, 15 novembre 2007

Il cielo dei matti

Si dice che il vento renda pazzi, che a Trieste, infatti, non sono tanto a posto. Io ci credo. Alla lunga, voglio dire.

Qui è un po’ di tempo che tira aria, un’aria fredda che svuota le piazze, infierisce sulle ultime foglie, lascia nelle strade un disordine forzoso, come di sgombero. Camminando, guardo questo cielo libero, le nuvole distanti, orizzontali al terreno, quasi a dissimulare indifferenza e futura colposità. Cosa volete farci, a me personalmente toglie tranquillità. Anche questo zenith così pulito, questo stare a piombo di nulla, mi dà angoscia, mi sembra di stare da un’altra parte col pensiero, a nadir, a un domani capovolto. C’è un’atmosfera come troppo densa, elettrostatica forse, non so, ma mi sento tutto impregnato di preoccupazioni lontane, idee di rovesci, inavvertite sciagure, umilianti sconfessioni.

Mentre proteggo la mia sigaretta, mezza contesa a spifferi e tremori, il pensiero mi inizia a sviare, senza volere, verso enormità emotive e deragliamenti interni. E a quel punto mi rendo conto che è successo qualcosa, che questa pressione mi sta imbizzarrendo, che a forza di dai mi hanno preso le esagitazioni del vento. Mi viene in mente un piccolo Tenco che inizia lento con “ho capito”. Mi spavento. Dopo tre anni, adesso. Forse sono matto.

Credo, credo, sia solo una cosa barometrica comunque.

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lunedì, 20 agosto 2007

Il bambino frangiflutti

Al lago c'era un bambino davanti a me che spostava le onde col secchiello. Le raccoglieva forti e le smistava tranquille. Ma era troppo lavoro, non faceva in tempo a prenderne una che un'altra s'era già formata. Allora ha preso a schiaffeggiarle con la paletta, dei forti dritti per rimandarle al largo. Poi si è arrabbiato e ci tirava i calci. Prenderle a calci non funzionava tanto, ma lo faceva ridere. Alla fine era un po' stanco e buttava sopra dei grandi sassi, perpendicolarmente. Non era ancora pienamente soddisfatto però. Stava elaborando un nuovo piano. Purtroppo sua mamma lo ha richiamato, per via dei sassi che non si devono tirare. Secondo me a dargli ancora mezzora, e carta bianca, lo risolveva, il problema delle onde.
Io invece non l'ho mica ancora risolto, niente, non ho metodo, mi arrabbio ancora, mi perdo d'animo, e oggi faccio 28 anni.
Auguri.
Grazie.
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lunedì, 18 giugno 2007

Cancellata proprio

Sabato sera stavamo chiacchierando con il mio amico Enrico. A un certo punto ci siamo messi a ricordare qualche nostro compagno di scuola di quando eravamo piccoli, alle elementari. Allora io gli ho tirato fuori una bambina di cui lui era innamorato perso, tale Laura, così per farci una risata sopra. Lui aveva l'aria come di pensarci un po' su, di richiamarla alla memoria solo con un certo sforzo. "Ma chi mi hai pescato, quanto tempo che non mi veniva in mente" ha detto, sorpreso.
"Mi ricordo che sono stato innamorato perso, ma fino a 12 anni poi mi è passata". "Sì sì mi ricordo" ho detto io. "Cancellata proprio, non ho più sentito niente di lei, chissà che fine ha fatto". "Eh vabbe' ma anch'io tanti in venti anni non li ho mai più visti" ho buttato là, per chiudere il discorso, visto che la risata non veniva. "Cioè, so che lei dopo è andata in un'altra scuola e i suoi poi hanno divorziato, infatti nell'elenco è sotto il nome di sua madre che sta a
XXX (paese a 10 km)" ha ripreso lui. "Ma come, l'hai cercata sull'elenco?". "Sì, no, ma questo ancora anni fa. Poi basta. Adesso ogni tanto quando magari capita che passo vicino casa sua, butto l'occhio se per caso la incrocio, ma finora non l'ho mai beccata."
"Ma come fai a sapere dove sta, a XXX?".
"Sì ma perché conosco bene la zona". Pausa.
"Ok. L'ho cercato sul tuttocittà".
A questo punto, finalmente grandi risate.
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giovedì, 17 maggio 2007

Sciagura e iattura

dal corriere.it

«Molti casi di danni al fegato da nimesulide»
Dibattito sul farmaco con il principio attivo dell'Aulin: «Non è un medicinale innocuo»

ROMA - La nimesulide, principio attivo di molti antinfiammatori come l'Aulin, sale sul banco degli imputati anche in Italia dopo essere stato ritirato in Irlanda per segnalazioni di gravi danni al fegato...


Cazzarola, proprio a mani nude contro il mondo.
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lunedì, 07 maggio 2007

Acume tattico

E’ diventato difficilissimo fumare, mi tocca sgattaiolare fuori, inventarmi dei giri, mangiare le caramelle. Robe che neanche a sedici anni. A parte che a sedici anni mica fumavo. Tutta salute direte voi, eh sì vabbe’ però insomma.

Questo perché babbo ha deciso di smettere. Deciso no, più che altro ha smesso. Allora per non fargli venire la voglia nessuno fuma più quando è nei paraggi. E io sto parecchio col babbo nei paraggi.

Per fumare 4/5 sigarette al giorno ne tengo: un pacchetto sotto il sedile della macchina (l’accendino è dentro il portacenere retrattile), un pacchetto dentro un cestino in negozio sullo scaffale più alto (essere 1e90 finalmente paga), un pacchetto nel cassetto del tavolo in studio, un pacchetto nella tracolla da trasferta, un pacchetto lasciato in custodia a mio zio. Un presidio capillare del territorio.
Mia madre idem. E’ anche simpatico delle volte, quando il babbo resta là tutto il pomeriggio, cinque ore, col caffè in mezzo, una fatica che chi fuma mi capisce, poi dice Vabbe’ adesso provo a fare due passi e esce, scatta il fuggi fuggi generale, tutti che frugano di qua di là. Tutti, io e mia mamma, ma sembriamo di più. Fumiamola fuori che poi dopo c’è da aprire le finestre dico io, ma lei niente, dove sta sta, non le importa. Guarda che così ci fai scoprire tutti, tutti, io e te, ci fai smascherare, guarda che si accorge. Ma lei niente, lei sotto sotto secondo me vuole farsi scoprire e smascherare, perché non regge la schiacciante pressione psicologica. Tipico. Per esempio la sera le scuse che si inventa, gesù proprio che inconsistenza, che io le dico Ma senti a sto punto non dirgli niente, o digli non so digli che fuggi a Cuba non torni mai più e poi invece vai a prendere le sigarette e torni, come la scusa quella classica ma all’incontrario. Almeno magari l’ironia lo disorienta. No, lei deve dire che c’ha tutto un lavoro da fare col portare giù la spazzatura. Uno con un po’ di sale in zucca non ci casca mica. Cinque minuti a fare un piano di scale. Infatti. Poi dopo torna su, le chiede Sei andata a fumare? anzi neanche le chiede, dice Sei andata a fumare te… Lei allora dice No, ma lo dice troppo subito troppo scandalizzata, mia madre davvero dire le bugie un disastro, poi a fare così mi rovina anche a me tutti i piani perfetti.

Vabbe’, sono stati due mesi intensi, subito dopo che ho scritto il post dell’idraulico qua sotto il babbo è stato male. (Non credo ci sia correlazione fra le due cose). Ora per fortuna sta meglio, che nel male è andata benissimo, almeno così mi han detto tutti, allora lo dico anch’io, e ve lo scrivo anche qua, fatti miei personali senza pudore, visto che per fortuna sta meglio, non fuma neanche più. L’unica cosa adesso ci vuole pazienza, anche questa frase qua ve la riporto perché è gettonatissima.

Io per il momento sono a casa che do una mano, sto bene, non fumo quasi più neanche io, che a mia madre le manca l’acume tattico per queste robe, fa le cose buttate lì poi mi brucia ore e ore di piani geniali.


Appunto mentale: se necessario prolificare, fare figli in numero minimo di 2.

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venerdì, 09 marzo 2007

Il caso mio

Allora ho pensato che no, insomma, che non mi ritrovavo per niente, e sono andato via.
Adesso non so bene.
Tutte le feste assurde sono passate.
Ormai è un po’ troppo tempo, che sto qui e faccio le barricate.
Poi tra poco dovrò togliere il piumone e sarà più brutto svegliarsi.
Passo la mattina di sopra, a scopare. Scopare in senso igienico-pavimentale.
Pomeriggio sto lì con l’idraulico.
Non che serva che io stia lì. Sto lì perché se sto lì non devo stare da un’altra parte. E’ anche un po’ un sollievo, se vogliamo.
L’idraulico non parla quasi mai. Quando parla parla da solo. Dice che cazzo. Dice porcaccia. Porcaccia e basta. Poi quando ha finito dice bon.
Se io fossi l’idraulico, mi direi Senti, scolta, ma te non c’hai niente da fare?
Se l’idraulico fosse me, qualcosa da fare ce l’avrebbe.

Ma signor idraulico, lei non lo sa, ma io ho letto dei libri. Libri grandi così. Anche più grandi. Anche quattro cinque alla volta eh. Eh sì, caro lei, mica cazzi. Vedo che basisce. Non mi si basisca per favore, neanche per prendermi in giro, che voglio dire tutta un’altra cosa. E’ un problema grosso questo dei libri. Le spiego. Che lei magari pensa che uno che legge i libri ha fatto bene, così almeno all’uscita del cinema può fare quella faccia là di quello che il film l’ha capito di più, che il film suo era da 15 euro, come minimo. Invece no. Perché quando hai letto quattro cinque libri e hai imparato due vaghissime cazzate in croce e ti han detto bravo poi dopo ti viene questa malattia brutta qua, di guardare gli idraulici. Ti viene da credere che devi fare certe cose, ma mica perché ti piacciono, no, su questo non ti sei mai concentrato sul serio, pensi che devi farle per via della grandezza dei libri, del tempo in cui le hai imparate quelle due cazzate, del fatto che ti dicono bravo bravo, che ormai fa brutto dire che non te ne frega un cazzo.
Che poi, per esempio, delle volte magari ti trovi a farle, queste cose imprecisate, e a fine giornata dici boh, alle 19 e 15 pensi mah, forse quasi quasi è meglio se leggo un altro po’ e poi domani fo altre robe. Ti viene da uscire dalle stanze. Ti vengono le idee invisibili.
Ti viene da pensare che esiste una cosa imprecisata, imprecisata ma giusta, mentre le altre, appena che diventano precisate, non sono giuste. E questa cosa imprecisata, se non sei attento, se non sei intelligente, ti frega. Ci puoi vivere dietro, o farci le barricate davanti. Comunque ti tiene fermo, e lì nascono quei guazzabugli che a starci dentro fa schifo. Almeno, questo è il caso mio.

E io mi rendo conto che finora male, male proprio. Non sono stato attento, sono andato sotto.
Adesso proviamo a ripartire, o anche a tornare indietro, non so ancora per fare che, ma intanto vorrei una cosa ogni giorno, una cosa qualsiasi che quando ho finito dico bon.

Ma a parte queste mie strafanterie, voi come state?

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mercoledì, 08 novembre 2006

Quella volta che a momenti nascevo

Ai primi di agosto di un po' di anni fa, mia madre a un certo punto ha detto a mio padre che era ora, che arrivavo io. Secondo lei. Si sentiva come.
Mio padre tende a non credere mai a quello che dice mia madre. Forse è da quella volta lì. Perché io non dovevo mica nascere quei giorni, mi mancava ancora un po', e io infatti facevo giusto, era mia madre in anticipo. Sempre in anticipo mia mamma, con calma, ma sempre prima del tempo.
Comunque quell'anno a febbraio aveva già nevicato nel Sahara, si vede che mio papà era nell'ordine di idee che poteva essere anche questa, per carità, bambini che nascono prima, mi par strano, mai sentito, però, oh, non si sa mai, che lei ne ha sempre una di nuova ne ha. Quindi è lì tutto dinoccolato che fa il giro della casa indeciso se prender su cose o lasciarle là, mentre parla da solo, perplesso e nervoso, no no no, va bene, se sei sicura, se dici tu andiamo. Mia mamma è in bagno.
Poi esce, lo guarda a chiedergli scusa, costernata, e dice Il minestrone.
Ancora oggi mi ricordo quella volta che dovevo arrivare, proprio a momenti nascevo, ma poi invece era il minestrone.
 
Io ogni tanto faccio
anch'io confusione.
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venerdì, 27 ottobre 2006

La sua signora

(storia vera di intrighi e omini delle consegne)

C'è questo signore che ogni tanto telefona che vuole mandare dei fiori. Niente di strano, ma con questo bisogna tenere presente che c'è sia la moglie che anche l'amante. Questo s'è capito già la seconda volta, e s'è accorto anche lui e allora non sta più lì a tirarla lunga a fare finta di no e ormai lo dice sempre in un modo che sembra che scherza. Ahahah. Boh. Anche perché a me cosa mi frega, proprio niente. Anzi, lavoro di più, la terza ti devi trovare.
Allora al telefono dice voglio mandare un mazzo di fiori su per dire la moglie, voglio mandarlo giù per intendere quell'altra. E' anche piuttosto facile visto che la moglie sta effettivamente in su e l'amante in giù. Così chi prende l'ordine non si sbaglia. E chi fa le consegne non fa figure di merda.
Solo che poi un giorno questo chiama e dice fatemi qualcosa che domani è il compleanno della mia signora. Va bene. Io personalmente quando mi dicono la mia signora, con la mia signora intendo quella che hai sposato. Poi non so magari sono strano io.
Insomma il giorno dopo il ragazzo delle consegne, che poi sarei io se non si è capito, va su e porta i fiori alla signora moglie, la quale poco sorpresa dice, vado a memoria: "Il cretino si è sbagliato ancora".
Verso sera suona il telefono. Che cazzo hai fatto chiede il signore. E io là a spiegargli in un modo che sembra che sono serio.
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lunedì, 02 ottobre 2006

Un altro post

Una situazione incomprensibile come un ragazzetto pettinato, con la polo gialla dentro i pantaloni, che esce volontario sui lirici greci. Scelte insensate come la rilettura country, folk o addirittura gospel, gospel diosanto, gospel!, di vecchie canzoni che andavano benissimo così. (Secondo me non si dovrebbe mai rivisitare niente, dai, è come andare a toccare nella testa della gente, è maleducazione).
E poi altre cose che non vanno.
E mica si può chiedere il timeout o urlare alibandus con le dita a V o tornare all'ultimo punto dove avevamo salvato, eh no, quindi eccoci qua, chiusi dentro e belli fuori. Peccato, ieri mi sembrava di riconoscermi, di rivedermi in un tempo e un luogo in cui c'ero anch'io, mentre adesso non so, dovrei controllare, cercare tracce, mozziconi, impronte digitali e liquidi corporei. Ma tanto, sono pieno di alibi, in nessun modo mai cederò all'evidenza, almeno finché non mi si mostri un movente, un movente valido e indistruttibile.
Uno stato di dissesto per cui ultimamente mi cadono cose e mi pare assurdo chinarmi a raccoglierle. E se me le tira su qualcun altro mi incazzo di brutto. Ma cos'è, com'è che all'improvviso a malapena sono qua?
Ti ho chiamata per dirti che, ma poi mi hai interrotto subito e hai parlato tu. Mi chiedevi cosa? cosa? e prima che ripetessi riprendevi di nuovo tu e mi è venuto il nervoso. Ho scoperto, con stizza, che nel mio telefono non c'è il tasto autodistruzione.
E allora.
Lo scrivo qua, così quelli che passano possono scrivere cosa volevo dire, che roba è, zoc che palle, te sei fuori con le carte, non si capisce un cazzo.
Non fa niente. Non fa niente niente.
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martedì, 12 settembre 2006

Quel verde là

Sabato tornavo in treno da Venezia. Vicino a me c'era una famiglia con due bambini, il babbo era bianco, la mamma e i figli neri. Stavano giocando con un pupazzetto verde, avete presente quei pupazzetti che ti vendono fuori dalla stazione, quelli di plastica con dentro la sabbia che li tiri e gli dai le forme che vuoi. Finché ha fatto sbrak e ha sparato una roba tipo calce per tutto lo scompartimento. Il padre si è un po' arrabbiato, ma non ha detto niente ed è andato via. La mamma mi ha guardato e si è messa a ridere. Poi il bambino più piccolo, sarà stato alto tre toast e una bruschetta, è venuto verso di me, tutto imbiancato e con gli occhioni grandi e mi ha chiesto "sai dov'è il bagno?". Io gli ho detto che non lo sapevo, ma che di solito sono alla fine del vagone, di provare di là. Lui mi ha guardato e mi ha domandato "che cos'è il vagone?". Gli ho detto "questo qui dove stiamo". "Il treno" dice lui. "No, solo questo qui, il treno è fatto di tanti vagoni e la locomotiva" gli spiego sorridendo. "Ah la carrozza!" si illumina, con l'aria di chi deve parlare con uno che gli fa perdere tempo.
Ahahah, ho pensato.
Comunque, è ormai un dato di fatto che sui treni i bambini mi prendono di mira. Mi fa piacere, però fa riflettere.
Qualche giorno fa leggevo un articolo sulla riapertura delle scuole, diceva che la provincia di Treviso è la prima in Veneto per numero (o percentuale, non ricordo, forse percentuale) di studenti di cittadinanza non italiana. La settima in Italia. In alcuni paesini vicino al mio, sono quasi la metà in ogni classe. La mia ragazza una volta ci ha scritto un articolo, mi ricordo anche un servizio in tv. Era bello perché intervistavano i bambini, quelli piccoli, e loro non capivano la domanda. Cioè capivano la domanda, ma non capivano il dietro, loro erano contenti.
Un'altra cosa che mi fa riderissimo è successa nella mia osteria di riferimento qualche mese fa. Una sera tra i ragazzi e i vecchietti abituali, girava anche un bambino nero, anche lui un soldo di cacio, vivacissimo. Faceva i salti, i passi strani e si fermava a dire qualcosa a tutti. Mi ricordo che a un tavolo c'erano due vecchietti, in silenzio. Probabilmente non si parlavano dal '78 per una faccenda di un tre di bastoni buttato male. Erano tutti e due incuriositi, come svegliati, da questa mancanza di timidezza, insolita per un bambino così piccolo. Ma lui andava e veniva. Correva e poi scappava. Allora uno dei vecchietti lo chiamava e gli urlava "ascaro, vien qua!". L'ascaro tornava e poi scappava ancora. E ridevano.
Ecco, così, era per fare un post verde, ma non quel verde trenitalia nè quel verde lega e neanche quel verde benetton.
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lunedì, 04 settembre 2006

Eviva i sposi

Alla fine, dite quello che volete, ma a me i matrimoni piacciono. E' difficile che tutto riesca, anzi, sicuramente tutto non può riuscire gradevole. Però ci sono dei momenti per cui vale la pena sorbirsi la messa, il lancio del riso e del bouquet, amici e parenti, il posto col tuo nome, quello che urla e non fa ridere, le poesie del nonno, che ridere non puoi. In qualche angolo la cerimonia si riduce a zero e allora lo dico, è bello. Per esempio quando in disparte, al buio, il padre balla con la sposa e nessuno se ne accorge. O quando lo sposo vuole una sigaretta e andare via un attimo. E il mio caro vecchio amico delle elementari, che in giacca e cravatta no non ci eravamo visti mai, mi spiega di come e di quanto si è rotto i coglioni e che lui prende, parte e apre la pizzeria a Caracas. Cacchio gli frega a lui. Ci è già andato in giugno e non gli hanno mica sparato, anche se quasi. Bene pure l'orchestrina, se solo non parlasse, la panchina, l'altalena, le pannocchie, la Michela incinta, parlarsi all'orecchio, gli occhietti furbi, il cartizze già versato, tutti quelli al confine del prato che non tornano indietro per i secondi.
Il testimone ha avuto una bimba la notte passata. Sono tutti qui, a dirselo, che sono tutti qui e sarà sempre così. Che se è vero o falso non bisogna pensarci, stare bene, basta, domani comunque non ci sarà una smentita. Io non avevo proprio voglia di questo matrimonio, ma poi alla fine sono stato bene.
Le luci dei distributori, l'estate che finisce, l'ultima sigaretta. Non mi sembra tardi, neanche quando guido, e come sempre non so dove sono, cerco canzoni, mangio i confetti e tiro un po' giù il finestrino.
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sabato, 19 agosto 2006

Attenzione: post cieco

Qualche mese fa sono andato con gli amici in un piccolo paese, nelle montagne qui vicino. Era un giorno di festa e cercavamo quella bella osteria che faceva i panini con la soppressa. Quella bella osteria piaceva a tutti, con quel camino aperto in mezzo alla stanza e le panche che gli girano attorno e che danno su finestre spesse così. In queste zone si usava costruirli in questo modo. Non so da altre parti. Comunque è una delle più belle invenzioni dell'uomo, dopo il fuoco e l'allevamento dei suini. Se poi fuori c'è la neve allora non ci sono proprio parole per dire quel senso di dentro che ti dà. Dopo i maglioni restano impregnati di fumo a vita, ma insomma.
L'osteria però non era più osteria pane e salame, era vigliaccamente diventata ristorante piatti tipici (pizza anche a mezzogiorno). Non c'era più neanche il vecchio vecchissimo che tagliava le fette di cinque centimetri perché era buono, magnanimo e non ci vedeva. Ma ormai eravamo là e ci siamo adattati. Siamo tipi che si adattano spesso. C'era parecchia gente. Abbiamo aspettato un po' prima di essere serviti, non importa, come dicevo, siamo persone che non si perdono d'animo e si mangiano tranquillamente tutto il pane, i grissini, il pane scuro, i grissini degli altri tavoli e, come ultima risorsa, anche quelle zattere di cereali che ti danno il gusto e la soddisfazione del compensato. Una coppia di cinquantenni dietro di noi invece brontolava per l'attesa. A un certo punto è arrivata una ragazza per leggerci il menu. Non era italiana, veniva dall'est credo, ucraina, moldavia, russia, gorizia, chissà. Correva di qua e di là tutto il tempo. Insomma appena ha cominciato a recitare gli antipasti, quelli dietro si sono alzati e tutti indignati hanno preso la porta. La ragazza li ha guardati, poi ha ripreso il filo, ha perso il filo, l'ha un po' ingarbugliato, ci ha fissati, si è fermata. Ha provato a restare immobile, ma deve aver superato il punto di rientro, si è definitivamente incagliata e si è messa a piangere. Piangeva sul blocnotes del menu, in silenzio, compostamente. L'abbiamo guardata come abbiamo guardato il vecchio che non c'era più, il panino che non ci davano più, il mangiare attorno al camino che non si poteva più e tutta l'osteria che non c'era più. Ma cazzo. E' tutto sbagliato, è tutto da rifare. Sbagliate le zattere, sbagliati i tavolini, sbagliato, sbagliato. Poi la ragazza è sparita dentro le cucine e quando è tornata l'avevano tutta sbagliata anche lei.
Io volevo dire, volevo dire delle robe, volevo dirle perché pensavo che rimettevo tutto a posto io, che avevo un sacco di idee e tutto tornava bello. Invece ovviamente ho mangiato gli gnocchi. Al ragù.
Alla fine faccio sempre solo questo, all'infinito, mangiare gnocchi.
A volte, non so se avete presente, quando ti si smalta il boccone in gola che non riesci neanche a respirare. Ecco.
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lunedì, 07 agosto 2006

L'annoso problema degli standard

Se smetti di farla divertire, lei si rivolta. Quando ti fermi, non sei più tu, ti disconosce. Per un periodo può andare bene che sei stanco, ma dopo c'è qualcosa che non va, per forza. Che cos'hai, cos'è successo, perché non fai le cose, quelle che sono le tue? Perché fai le altre? Guarda che ti stai sbagliando, ti dice, inizialmente premurosa, poi via via più preoccupata. Si fa domande, si dà risposte, ci resta male da tanto sono sgarbate. Finché viene a chiedertene conto, perché questa cosa, adesso va detto, mica la rende felice. Ridere e fare cose invece la rendono felice. A quel punto come minimo bisogna scusarsi, accampare subito qualche disguido, ma sarebbero necessarie anche delle spiegazioni. Dovresti parlarne, e molto, giustificarti e aderire convinto a un piano di recupero psicofisico che ti riporti immmediatamente allo status quo ante, a quello che, convenzionalmente, insomma, sei. Rimane taciuto un altrimenti, così sotteso che ti viene da saltarci sopra. Basterebbe poco per rimetterti in sesto: passare la frontiera dei nomi, dire le parole, alzare lo sguardo o la cornetta. Ma faccio il morto sul divano. In tv la gente nuota, per strada non passa nessuno, però ci sono code da qualche parte. Questo sono io. Comunque forse sono ancora in garanzia.
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giovedì, 27 luglio 2006

Afa

E sono qua. Che ingrasso le parole, e quelle, appensantite di affricate e velari, mi si sdraiano in bocca. Che giro e giro e non vado, tranne quando allora prendo la bici. Che vedo persone che devono indovinare chi sono. Che devo indovinare anch'io. Che dico sempre le stesse cose. Che ormai vado a memoria. Che ho studiato lì e là. Che parlo questo e quello. Che ho fatto robe, e pure altre robe. Che sì. Che sì. Che sì ancora. Che mangio l'anguria. Che sì, mangio anche i semini dell'anguria. Che non ho niente contro i semini dell'anguria. Che no, non mi hanno mai ostruito lo sfintere. Che non ho voglia. Che poi cambio idea. Che mi fa lo stesso. Che mi sono anche stufato. Afa afa afanculo.
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martedì, 27 giugno 2006

Facciamo che

Everyday there's a boy in the mirror
Asking me what are you doing here
Finding all my previous motives
Growing increasingly unclear

Ti tolgono quelle tue quattro cose, le abitudini, le robe da fare, la macchina, la spesa, la cena da preparare. Ti danno le mattine, i pomeriggi, le sere, la calma, un divano, un telecomando. C’è il menu, ci sono le opzioni, free, senza limiti, zero, ti assicurano che non ti servirà altro per quest'estate. Non lo so, resto perplesso.
Tutto questo per ora non funziona. E’ colpa mia. Non studio, non lavoro. Non ho voglia di parlare, di stare a sentire meno ancora. Non bevo, fumo e guardo fuori dalla finestra, guardo altre finestre. La notte la mia sigaretta è l’unica luce del giardino dei vicini. Aspettiamo. Chi chiama cerca quasi sempre un’altra persona. Potrei essere io, ma alla fine non sono io.
Adesso ditemi che offerta è questa, la tele accesa, una casa stanca, l'adsl flat, la telefonata delle 18e10, i mondiali su sky, un lavoro come un altro, il babbo che non sta bene, l’aperitivo comunque, e le ferie, dove vai in ferie, dove andiamo in vacanza.
Ho la sensazione di aver sbagliato treno. Non era chiaro il cartello, c’era confusione al binario, vai a sapere, tanto lo sai come sono io, faccio sempre le cose a occhio. Questo treno dove vada non lo so, ma se non possiamo fargli cambiare strada, facciamolo almeno andare più veloce, non fermiamolo più, e vediamo.
Verranno altri giorni, farò altri errori, poi, tranquilli, darò meno spiegazioni.

Facciamo che non parlavo di me.

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giovedì, 18 maggio 2006

La "pausa"

Allora oggi si fa questo brainstorming no, si fa un po' il punto tutti insieme ok, se qualcuno ha un'idea la tira fuori. Intorno a un tavolo, col marketing, il consumer e il corporate, tutti ragazzotti svegli, giovani, reattivi. Op op op, a Mantova facciamo quella cosa la', tu senti l'agenzia per Verona, se ci fa un qualcosa di vivace pero' stavolta eh, mica le solite menate, che li paghiamo per fare i creativi, Bologna la segui tu, Trieste quest'anno la facciamo o non la facciamo? E se ci portiamo due demo dei prodotti business? Non sarebbe figo? Si' sarebbe, ma Venezia, a Venezia a che punto siamo? Cosi' vengono fuo