( numero sette )

bonóra al marcà e tardi ala guera

martedì, 25 settembre 2007

Cellula n.7

Voi magari pensate che sono sparito. Bravi. Fate bene. E' quello che si voleva farvi credere.
Ma il blog è solo in sonno. Aspetto i segnali convenuti.
Qualcosa si sta muovendo. Il golpe è vicino.
[per gli affiliati:]
[Il gatto ha fatto aria]
[Disintossicate la canoa]
[Cartongesso in retromarcia]

Nel frattempo sappiate che ho vanamente cercato di cedere i diritti sui contenuti di questo blog alle grandi industrie di Hollywood e così facendo ho attirato le attenzioni di uomini senza scrupoli. Il blog gli è venuta prima tutta una bolla speculativa, poi è stato scalato, e alla fine smembrato pezzo per pezzo. Per cui potete trovare in giro delle riedizioni di vecchi post, finalmente sistemati e valorizzati, questo va detto. Per esempio qui. Altrove si trovano anche delle repliche più fedeli, ma non ho tirato giù il numero di targa. Se qualcun altro vuole un pezzo di carcassa, prego faccia pure.

Ci rivediamo il giorno che siamo d'accordo.
[la persona che sappiamo non è più in quel posto là]
prodotto da zoca, blogger in Sbardella dal 2004
- Questo post può avere effetti indesiderati, anche gravi - Non leggere con attenzione, scordare preferibilmente entro il 25/09/2007 15:52 -
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lunedì, 02 ottobre 2006

Un altro post

Una situazione incomprensibile come un ragazzetto pettinato, con la polo gialla dentro i pantaloni, che esce volontario sui lirici greci. Scelte insensate come la rilettura country, folk o addirittura gospel, gospel diosanto, gospel!, di vecchie canzoni che andavano benissimo così. (Secondo me non si dovrebbe mai rivisitare niente, dai, è come andare a toccare nella testa della gente, è maleducazione).
E poi altre cose che non vanno.
E mica si può chiedere il timeout o urlare alibandus con le dita a V o tornare all'ultimo punto dove avevamo salvato, eh no, quindi eccoci qua, chiusi dentro e belli fuori. Peccato, ieri mi sembrava di riconoscermi, di rivedermi in un tempo e un luogo in cui c'ero anch'io, mentre adesso non so, dovrei controllare, cercare tracce, mozziconi, impronte digitali e liquidi corporei. Ma tanto, sono pieno di alibi, in nessun modo mai cederò all'evidenza, almeno finché non mi si mostri un movente, un movente valido e indistruttibile.
Uno stato di dissesto per cui ultimamente mi cadono cose e mi pare assurdo chinarmi a raccoglierle. E se me le tira su qualcun altro mi incazzo di brutto. Ma cos'è, com'è che all'improvviso a malapena sono qua?
Ti ho chiamata per dirti che, ma poi mi hai interrotto subito e hai parlato tu. Mi chiedevi cosa? cosa? e prima che ripetessi riprendevi di nuovo tu e mi è venuto il nervoso. Ho scoperto, con stizza, che nel mio telefono non c'è il tasto autodistruzione.
E allora.
Lo scrivo qua, così quelli che passano possono scrivere cosa volevo dire, che roba è, zoc che palle, te sei fuori con le carte, non si capisce un cazzo.
Non fa niente. Non fa niente niente.
prodotto da zoca, blogger in Sbardella dal 2004
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giovedì, 24 agosto 2006

Portrait of the young man as a portrait

Potrei fare un elenco di tutte le cose che non sto facendo e uno di quelle che non ho voglia di fare. E poi potrei sovrapporli e vedere un po' che vita è questa. Sono bravissimo a fare gli elenchi. Posso andare avanti un giorno intero con uno solo. Una lunga teoria di immagini e pause, metope e triglifi. Preso dalla cosa, posso arrivare fino ad usare parole inutili e fuori da ogni grazia di dio come metope e triglifi.
Tanto per cominciare, anziché continuare coi miei scimmiottamenti, potrei scalpellarmi tutto e darmi un certo tono, una qualche funzione, una posa conveniente.
Ma sarebbe, ora, soprattutto un'operazione, michelangiolesca concedetemelo, di politura, un progressivo cavare ciò che avanza. E non so mica quanto bello possa essere il risultato di questo levare. Senza contare che uno che va in giro a mutilare di qua e di là inacidisce il sangue dei miti e provoca i biliosi.

Mi pare tutta una frescaccia, di una noia mortale, a cui posso contrapporre, al massimo e lavorandoci dietro di sfregio in sfregio, un'immobilità lucida e asettica, una posizione stante che copra i risvolti difficili e la piega del ginocchio. Cioè una noia meno bizzosa, più quieta e temperata da una diversa idea di futuro, comunque un di là da venire, un presente assente, un futuro forse aperto e gratuito, ma certo solo qualche domenica all'anno.

(nella foto, Paride e io, courtesy of Anthony Canova)
[opera trafugata]
prodotto da zoca, blogger in Sbardella dal 2004
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venerdì, 12 maggio 2006

Gli spari buoni

Che fine han fatto le cose non dette. Ah io credevo. Son lì nell’armadio con la camicia rosa, o arriveranno domani, per quella strada che non faccio mai, o in viaggio, hai presente, dove voglio andare ogni anno. Pensavo insomma di averle messe da parte. Non le trovo più.
Cosa pretendevo.
Perché quello che non usi non è davvero tuo.
Partivi o tornavo e non ti ho mai detto tutto né chiesto niente. Mi guardi se ti aspetto, ci chiediamo se mi abbracci, ma spiamo solo dai buchi, ci sporgiamo dai bordi, il naso schiacciato sui finestrini, porte basse e strette. Infinite possibilità su cui non siamo saliti, corde tese da cui non siamo scesi. Potevamo avere la pioggia e abbiamo contato le gocce, o qualcosa del genere. Era un baratto al ribasso, ma non ti voglio mettere in mezzo, hai talmente tante facce ora che sei andata via.
Spari, spari buoni, che non sono riuscito a incrociare, tiri imprendibili che non mi han colpito. Perché poi, non saprei dire. Questa mela mangiata in due morsi, questa lettera lasciata a metà, la fretta la voglia di cambiare canale. Forse paura finisse male, l'età, l’insicurezza, l’euro, il papa, il tempo, o chi lo sa.
Così adesso, adesso è un casino. Credevo di avere tutto con me, qualcosa in mano, il resto nel sacco. Invece col cazzo, non c’è ripostiglio, non c’è un indietro, e sai, alla fine, non c’è neanche un segreto. Non hai veramente in mano niente. Quello che dici, quello che dai, solo quello è tuo, e la fatica che fai. Potrei anche aggiungere che le persone pulite hanno le mani sporche, but that’s a tricky sentence e io invece voglio solo dire una banalità, che quello che conta, insomma, è costruire. Anche silenziosamente, come dice la canzone. Gli abbracci mancati arriveranno di rimbalzo. Alziamo l’architrave, facciamo i carpentieri.

prodotto da zoca, blogger in Sbardella dal 2004
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venerdì, 24 marzo 2006

trailer

Prossimamente su questi schermi...

Ultimamente ci siamo allontanati Prima era tutto perfetto e ora no Abbiamo perso qualcosa, cosa non so dimmelo tu. No dai dimmelo tu sii gentile. Frasi sconnesse noia scarpe slacciate parcheggi occupati il caffe' la sigaretta io? non ce la faccio un po' di quella stanchezza che affligge miliardi di persone mi spiace telefonate macchie di sugo sulla tovaglia presa coi punti del supermercato sonno sms a certe ore del giorno freddo e caldo incertezze stagionali lavatrici autostrade qualcosa in comune e pasti saltati.

Tutto questo e molto molto di meno su Numero 7.

Zoca vi suona gli evergreen, riscopriamo insieme i grandi classici! E' gratis! Rimanete con noi, ci vediamo dopo la pubblicita' dell'ovomaltina e dell'orsetto che lava e profuma insieme.

[per chi ha fretta, c'e' il take away: questo e' un post ikea, e' messo qua tutto smontato, chi vuole puo' portarlo a casa e assemblarlo ben benino per i cazzi suoi seguendo le solite istruzioni. E' facile. Tenere lontano dai bambini che possono ingerire i pezzi piu' piccoli]

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giovedì, 23 marzo 2006

Still life with a vanvera words

In bilico tra voglie di nostalgia e desiderio di lasciare tutto intatto, un desiderio.
In attesa di uno spiraglio, un abbaglio, un pertugio, un indugio, una falla, una burella. Un permesso, una buccia di banana.
In cerca di un tratturo, un canovaccio, un architrave, un muro, un braccio, su cui voltare quattro idee, messe a pendolo, a chiuder l'angolo.
In virtu' di un passepartout, un salvacondotto, con cui entro ed esco dagli stanzoni, dalle sale, dagli androni delle vite parallele.
In contrasto coi drappeggi, coi tendaggi, l'arte e gli acari in soggiorno, io mi siedo in disparte, vi chiedo la cortesia di un pensiero disadorno. Lo sorseggio con plaisir.
In odor di prime rose, secondi fini, terzi incomodi, quarti di bue, quinti posti.
In barba a questo tempo gocciolante, a tutto il quarzo nei tombini, alla premura, a questo marzo che non dura, come altre care cose, ma neanche tante, una o due.
In presenza di un'assenza, in mancanza di un'essenza, in periodo di astinenza, di magra, stanca carestia chi vuol esser lieto sia, solo oggi e' roba mia. 
In campagna elettorale, nomi antichi ancora in lista, in lizza, in corsa, in campo, in testa, sua eccellenza, mi consenta, tre cossutta, pippofranco, pizza, fichi, la dicenta, in combutta, ladro, falso, stronzo, frocio, comunista.
In sostanza mi dissocio, io dissento, scusate non mi sento mica tanto. In pratica, in teoria, in principio, in fondo, e sia. Prendiamo in esame, in mano, in giro, in culo pure a volte, e poi mettiamo in conto, in croce, in fila, in culo pure a volte. Andiamo in ansia, in pace, in compagnia. In anni anni e anni. In vino veritas e allegria.
In realta' ci sto provando, a modo mio, a stare serio; ma non ci riesco a fare senza, e ormai chissa' se in rima e' in vacca o passa ancora differenza. Fatico ad adattarmi, tenere il tempo, a stare in equilibrio. Ma e' primavera.

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martedì, 28 febbraio 2006

Agramensura

Misuro la stanza a passi brevi e metallici. Copro la casa e lascio dei segni sui tavoli, su qualche mensola. Sovrappongo la città a un reticolo, con i suoi snodi, alcuni più importanti altri meno. Riporto cosa c’è, dove. Stendo linee per la regione e lunghi tracciati per il paese, vado dritto con cura. Prendo il goniometro, verifico. Punto il compasso e lo muovo a piroette. Limo la mappa e pulisco la raggiera dei viaggi. Unisco, tratteggio, collego. Cerco di dare sfogo a questo acuto desiderio di toccare il mondo, di rivestirlo con i baci delle teorie, di tirarlo più vicino.

Ma non funziona, anzi, se possibile, mi allontano. Nessuno all’altro capo dei fili è lì per rispondere. Rotolano i quadrati, le griglie mi invischiano, mi taglio con le rette, si serrano i ranghi, inciampo nei buchi del compasso. Pensieri sul trapezio, domande al quadrato, rombi di circoli viziosi. I triangoli, i triangoli no. Bruciano i fuochi delle ellissi e tutte le figure di merda.

Vorrei liberarmi da questa colla, groviglio che a volte è abbraccio, andarmene, con la cattiveria di chi ha diviso rassicurazioni e riflesso promesse. Vorrei dissolverla, farmi largo impugnando un righello, riprendere a scorrere e andare a vista. Ma continuo a sbattere sui vetri e allora rimango qua, nel solito gioco di mischia dell’oggi e del domani, mentre tutta questa sabbia fa crescere i deserti.

prodotto da zoca, blogger in Sbardella dal 2004
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