Che fine han fatto le cose non dette. Ah io credevo. Son lì nell’armadio con la camicia rosa, o arriveranno domani, per quella strada che non faccio mai, o in viaggio, hai presente, dove voglio andare ogni anno. Pensavo insomma di averle messe da parte. Non le trovo più.
Cosa pretendevo.
Perché quello che non usi non è davvero tuo.
Partivi o tornavo e non ti ho mai detto tutto né chiesto niente. Mi guardi se ti aspetto, ci chiediamo se mi abbracci, ma spiamo solo dai buchi, ci sporgiamo dai bordi, il naso schiacciato sui finestrini, porte basse e strette. Infinite possibilità su cui non siamo saliti, corde tese da cui non siamo scesi. Potevamo avere la pioggia e abbiamo contato le gocce, o qualcosa del genere. Era un baratto al ribasso, ma non ti voglio mettere in mezzo, hai talmente tante facce ora che sei andata via.
Spari, spari buoni, che non sono riuscito a incrociare, tiri imprendibili che non mi han colpito. Perché poi, non saprei dire. Questa mela mangiata in due morsi, questa lettera lasciata a metà, la fretta la voglia di cambiare canale. Forse paura finisse male, l'età, l’insicurezza, l’euro, il papa, il tempo, o chi lo sa.
Così adesso, adesso è un casino. Credevo di avere tutto con me, qualcosa in mano, il resto nel sacco. Invece col cazzo, non c’è ripostiglio, non c’è un indietro, e sai, alla fine, non c’è neanche un segreto. Non hai veramente in mano niente. Quello che dici, quello che dai, solo quello è tuo, e la fatica che fai. Potrei anche aggiungere che le persone pulite hanno le mani sporche, but that’s a tricky sentence e io invece voglio solo dire una banalità, che quello che conta, insomma, è costruire. Anche silenziosamente, come dice la canzone. Gli abbracci mancati arriveranno di rimbalzo. Alziamo l’architrave, facciamo i carpentieri.
Prossimamente su questi schermi...
Ultimamente ci siamo allontanati Prima era tutto perfetto e ora no Abbiamo perso qualcosa, cosa non so dimmelo tu. No dai dimmelo tu sii gentile. Frasi sconnesse noia scarpe slacciate parcheggi occupati il caffe' la sigaretta io? non ce la faccio un po' di quella stanchezza che affligge miliardi di persone mi spiace telefonate macchie di sugo sulla tovaglia presa coi punti del supermercato sonno sms a certe ore del giorno freddo e caldo incertezze stagionali lavatrici autostrade qualcosa in comune e pasti saltati.
Tutto questo e molto molto di meno su Numero 7.
Zoca vi suona gli evergreen, riscopriamo insieme i grandi classici! E' gratis! Rimanete con noi, ci vediamo dopo la pubblicita' dell'ovomaltina e dell'orsetto che lava e profuma insieme.
[per chi ha fretta, c'e' il take away: questo e' un post ikea, e' messo qua tutto smontato, chi vuole puo' portarlo a casa e assemblarlo ben benino per i cazzi suoi seguendo le solite istruzioni. E' facile. Tenere lontano dai bambini che possono ingerire i pezzi piu' piccoli]
In bilico tra voglie di nostalgia e desiderio di lasciare tutto intatto, un desiderio.
In attesa di uno spiraglio, un abbaglio, un pertugio, un indugio, una falla, una burella. Un permesso, una buccia di banana.
In cerca di un tratturo, un canovaccio, un architrave, un muro, un braccio, su cui voltare quattro idee, messe a pendolo, a chiuder l'angolo.
In virtu' di un passepartout, un salvacondotto, con cui entro ed esco dagli stanzoni, dalle sale, dagli androni delle vite parallele.
In contrasto coi drappeggi, coi tendaggi, l'arte e gli acari in soggiorno, io mi siedo in disparte, vi chiedo la cortesia di un pensiero disadorno. Lo sorseggio con plaisir.
In odor di prime rose, secondi fini, terzi incomodi, quarti di bue, quinti posti.
In barba a questo tempo gocciolante, a tutto il quarzo nei tombini, alla premura, a questo marzo che non dura, come altre care cose, ma neanche tante, una o due.
In presenza di un'assenza, in mancanza di un'essenza, in periodo di astinenza, di magra, stanca carestia chi vuol esser lieto sia, solo oggi e' roba mia.
In campagna elettorale, nomi antichi ancora in lista, in lizza, in corsa, in campo, in testa, sua eccellenza, mi consenta, tre cossutta, pippofranco, pizza, fichi, la dicenta, in combutta, ladro, falso, stronzo, frocio, comunista.
In sostanza mi dissocio, io dissento, scusate non mi sento mica tanto. In pratica, in teoria, in principio, in fondo, e sia. Prendiamo in esame, in mano, in giro, in culo pure a volte, e poi mettiamo in conto, in croce, in fila, in culo pure a volte. Andiamo in ansia, in pace, in compagnia. In anni anni e anni. In vino veritas e allegria.
In realta' ci sto provando, a modo mio, a stare serio; ma non ci riesco a fare senza, e ormai chissa' se in rima e' in vacca o passa ancora differenza. Fatico ad adattarmi, tenere il tempo, a stare in equilibrio. Ma e' primavera.
Misuro la stanza a passi brevi e metallici. Copro la casa e lascio dei segni sui tavoli, su qualche mensola. Sovrappongo la città a un reticolo, con i suoi snodi, alcuni più importanti altri meno. Riporto cosa c’è, dove. Stendo linee per la regione e lunghi tracciati per il paese, vado dritto con cura. Prendo il goniometro, verifico. Punto il compasso e lo muovo a piroette. Limo la mappa e pulisco la raggiera dei viaggi. Unisco, tratteggio, collego. Cerco di dare sfogo a questo acuto desiderio di toccare il mondo, di rivestirlo con i baci delle teorie, di tirarlo più vicino.
Ma non funziona, anzi, se possibile, mi allontano. Nessuno all’altro capo dei fili è lì per rispondere. Rotolano i quadrati, le griglie mi invischiano, mi taglio con le rette, si serrano i ranghi, inciampo nei buchi del compasso. Pensieri sul trapezio, domande al quadrato, rombi di circoli viziosi. I triangoli, i triangoli no. Bruciano i fuochi delle ellissi e tutte le figure di merda.
Vorrei liberarmi da questa colla, groviglio che a volte è abbraccio, andarmene, con la cattiveria di chi ha diviso rassicurazioni e riflesso promesse. Vorrei dissolverla, farmi largo impugnando un righello, riprendere a scorrere e andare a vista. Ma continuo a sbattere sui vetri e allora rimango qua, nel solito gioco di mischia dell’oggi e del domani, mentre tutta questa sabbia fa crescere i deserti.