Si dice che il vento renda pazzi, che a Trieste, infatti, non sono tanto a posto. Io ci credo. Alla lunga, voglio dire.
Qui è un po’ di tempo che tira aria, un’aria fredda che svuota le piazze, infierisce sulle ultime foglie, lascia nelle strade un disordine forzoso, come di sgombero. Camminando, guardo questo cielo libero, le nuvole distanti, orizzontali al terreno, quasi a dissimulare indifferenza e futura colposità. Cosa volete farci, a me personalmente toglie tranquillità. Anche questo zenith così pulito, questo stare a piombo di nulla, mi dà angoscia, mi sembra di stare da un’altra parte col pensiero, a nadir, a un domani capovolto. C’è un’atmosfera come troppo densa, elettrostatica forse, non so, ma mi sento tutto impregnato di preoccupazioni lontane, idee di rovesci, inavvertite sciagure, umilianti sconfessioni.
Mentre proteggo la mia sigaretta, mezza contesa a spifferi e tremori, il pensiero mi inizia a sviare, senza volere, verso enormità emotive e deragliamenti interni. E a quel punto mi rendo conto che è successo qualcosa, che questa pressione mi sta imbizzarrendo, che a forza di dai mi hanno preso le esagitazioni del vento. Mi viene in mente un piccolo Tenco che inizia lento con “ho capito”. Mi spavento. Dopo tre anni, adesso. Forse sono matto.
Credo, credo, sia solo una cosa barometrica comunque.