( numero sette )

bonóra al marcà e tardi ala guera

martedì, 30 maggio 2006

Il 7 alle 7

C'è molta gente, moltissima. Ci sono i numerini come al bancone dei salumi. Adesso serviamo. Numero 7. Eccoci qua. Qualcuno bestemmia sommessamente, qualcuno tirando prima delle vocali "iieeeeeee bum!", come il fischio e la bomba. Se sei un numero basso o ti chiamano per nome, ti guardano male. Guardi signora, mi dispiace, fosse per me tre avemaria e un infuso di mandragola, ma dicono che non posso, mi tocca.
Le indicazioni non sono chiare, se chiedi ai verdini non si fermano neanche, i bianchini si scocciano. I rossini parlano volentieri, ma sono quelli delle pulizie e hanno più domande che risposte. Ma che bel ragazzo. Be' be' be', adesso... Così giovane. Ma così giovane stocazzo, scusi eh signora. No dicevo così giovane, qua in mezzo a tanti anziani, ci mancherebbe, per questa robina. Aaa.
La mattina si è fatto sangue, ecg e visita. Il pomeriggio dall'anestesista. Mi hanno dato da firmare una liberatoria per l'iniezione spinale. Ho letto le prime tre possibili conseguenze e le relative casistiche, poi gli ho buttato là il mio nome e sono uscito di corsa per fumare. Ma non si può fumare in ospedale, c'è tanto di cartello sotto la madonna e gli orari delle visite. La madonna appare ai degenti tutti i giorni dalle 14 alle 15. Però deve venire da sola e non fare casino. C'è anche la tabella dei pasti. Si mangia prestino. Comunque tutto questo lo sapevo già, mi ero solo dimenticato, per un piccolo momento mi sono confuso con un'altra volta, un altro posto.
L'intervento in sè è bellissimo. Si prende da lì, si fa tutto un accrocchio con altri tendini, si toglie quello morto e si mette dentro quello nuovo, con viti e fili di un materiale strepitoso che gli manca solo la parola. Ascolto ammirato, veramente, mentre in cantina una cover band canta i Radiohead e Fake plastic knee. C'è un minimo rischio di trombosi, ma ho un ciclo di 30 iniezioni di anticoagulante da farmi da solo in pancia, sempre alla stessa ora mi raccomando. Ci lasci dentro un po' di aria alla siringa, sennò non esce tutto il liquido. Ma non troppa altrimenti l'embolo se lo spara da solo. Sorride. Ah ah, che burletta. Diobono ma quanto sei simpatico, ma quanto. Da spanteganarsi proprio. No adesso non rido, ma poi lo faccio a casa, giuro, con più calma.
Ad ogni modo, si parla di eventualità remotissime, tipo 1 su un sacco, cioè bisogna anche essere proprio sfigati. Perfetto, questo è il quanto. Dovrebbero operarmi il 7 (ovviamente), resterò dentro un po', se non ci sentiamo prima, ci sentiamo dopo.
No no, non sono nervoso, è tutta un'impressione. Assolutamente.

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mercoledì, 24 maggio 2006

Mio nonno, una retrospettiva

Generale romano o satrapo persiano? - Atti del convegno e interessanti prospettive sugli studi revisionisti

Mio nonno, in carriola diranno i piu' simpatici tra voi. No, sbagliato. Dicevo, mio nonno, l'unico dei quattro che ho fatto in tempo a conoscere, mi ha lasciato una scatola di latta piena di francobolli. Ogni tanto la apro, ha un odore proprio da nonno, anche se temo mio nonno non avesse per niente quell'odore. Sono debole di ricordi, seguo false piste e, se dolci, prendo per buone anche fantasiose calunnie. Julio dice che e' normale, che in tutte le teste la sala dei busti romani della memoria offre molti satrapi persiani. Per questo mio nonno e' molto piu' alto, magro ed elegante di quanto mio nonno fosse alto, magro, elegante. Il suo sguardo e' in parte di mio zio, in parte fotografico. Chissa' quanti restauri, quanti apocrifi non riesco a identificare. Per esempio in questa cosa dei francobolli.
A volte penso che e' strano, e' curioso come quel suo rigore tassonomico si sia dissipato misteriosamente passando da lui a mio padre e poi a me. Una falla cromosomica, l'interferenza del corredo genetico di mia madre (che mio padre infatti chiama Madame Pressapoq). La domenica pomeriggio il nonno mi spiegava un sacco di dettagli sulla dentellatura e la filigrana, ma avevo 6 anni, non me ne fregava molto, mi piacevano quelli colorati con gli animali o i fumetti, che erano quasi sempre del Lesotho o del Botswana, robe che non interessavano a lui. Poi facevo finta di volerci mettere le dita sopra, cosi' lui mi pizzicava con la pinzetta; faceva sempre finta di arrabbiarsi, in quella misura giusta, ne' troppo ne' poco, da farmi continuamente riprovare. Insomma era un po' un dialogo fra sordi, immagine in effetti metaforica solo a meta' (mi perdonera' la mancanza di rispetto).
Mi piaceva come mi guardava mentre spiegava quelle fondamentali astrusita'. Aveva un che di gratuito negli occhi, la rassicurazione che non mi avrebbe mai chiesto di ripetere o di associarmi al circolo filatelico, la consapevolezza che solo per un caso, un centimetro, per l'inesauribile girare delle ruote non stavamo a fare il bucato o la grappa o a parlare di marmellata, moto, guerre, montagne, barche. E comunque sarebbe stato lo stesso. A me facevano ridere le parole, Italia turrita, Gronchi rosa. Ahaha, ma che cosa sono i gronchi? Pensavo ai granchi e Stanlio e Ollio, oh oh oh, stupído.
Mio padre dice che dovrei guardarci bene nella scatola di latta, perche' il nonno ci metteva dentro un sacco di francobolli rari, in attesa di ordinarli nei raccoglitori. Papa' ci tiene molto a quella scatola. Ovviamente l'argomento in questi anni sara' saltato fuori tre quattro volte non di piu', ma da come ne parla mi pare voglia farmi capire che e' mia, non nostra, di famiglia, mia.
Lui era piu' piccolo la domenica pomeriggio, stava li' seduto, a margine come non e' mai, lasciandomi fare da tramite, io, la veloce spoletta. Trattava mio nonno con una certa deferenza, con un affetto molto preciso e composto, e mio nonno allora, di rimando, mi dedicava attenzioni e tenerezze in sovrappiu', perche' quelle che non trattenevo si disperdessero attorno. Ecco, questa, ad esempio, mi sembra una ricostruzione molto spuria, mi puzza proprio. Diciamo che e' una crux interpretativa.
Ho visto piangere mio padre una sola volta: al suo funerale. Io invece neanche una lacrima, ho vomitato d'accordo, ma pianto no. In chiesa avevo papa' di fronte perche', a causa di una serie di madornali errori commessi nel percorso di educazione dei fanciulli durante gli anni '80, facevo il chierichetto. Ero troppo preoccupato di suonare la campanella al momento giusto. Io finche' ho un compitino, sto pure benino. Dlin dlin dlin dlin.
Tante facce le vedo solo ora, chissa' se romane o persiane.
Porto lo stesso nome e lo stesso cognome del nonno. Un mese dopo il funerale il postino recapito' a casa mia una busta con l'esito di alcuni esami che aveva fatto tempo addietro. Una nota fissava altri accertamenti e consigliava di sottoporsi, quanto prima, ad un intervento per scongiurare un'eventualita', un'eventualita' che nel frattempo si era ormai fatta troppo realistica e per nulla scongiurabile. Al nonno la lettera non sarebbe piaciuta, non era nemmeno affrancata. Papa' chino' la testa, in tutti i sensi possibili, e disse solo "non si fa cosi'", rivolgendosi alla vita in generale, al sistema sanitario nazionale, al nonno, non lo so, pero' questo me lo ricordo bene, questo e' romano, sicuro, al carbonio14. Solo nei giorni successivi trovo' la forza di arrabbiarsi meglio.
Io per un po' continuai a ricevere la posta del nonno, ma era per lo piu' corrispondenza con altri collezionisti di francobolli. Ho provato tante volte ad appassionarmi, ma proprio non e' cosa.
La scatola l'ho messa via, lo so che dentro c'e' qualcosa di valore, ma il valore col tempo non potra' che aumentare, per forza. So gia' cosa farne. Papa' sta diventando un po' piu' alto, piu' magro, piu' elegante, meticoloso lo e' sempre stato.

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giovedì, 18 maggio 2006

La "pausa"

Allora oggi si fa questo brainstorming no, si fa un po' il punto tutti insieme ok, se qualcuno ha un'idea la tira fuori. Intorno a un tavolo, col marketing, il consumer e il corporate, tutti ragazzotti svegli, giovani, reattivi. Op op op, a Mantova facciamo quella cosa la', tu senti l'agenzia per Verona, se ci fa un qualcosa di vivace pero' stavolta eh, mica le solite menate, che li paghiamo per fare i creativi, Bologna la segui tu, Trieste quest'anno la facciamo o non la facciamo? E se ci portiamo due demo dei prodotti business? Non sarebbe figo? Si' sarebbe, ma Venezia, a Venezia a che punto siamo? Cosi' vengono fuori le idee, l'albero delle idee diobono siamo noi, il culo gli facciamo agli sfigatoni la', ma hai visto i report? E viene fuori anche chi ha voglia di fare, chi riesce a trovare quel qualcosa in piu', chi scova il valore aggiunto, chi copre il delta, chi trova occasioni. Perche' e' importante vendersi bene quello che si fa, all'esterno certo, ma soprattutto all'interno. Questo ricordatevelo sempre, ovunque andiate a lavorare. Soprattutto nel marketing e nella comunicazione, prima di tutto devi pensare all'immagine che dai ai tuoi. Quindi bisogna sfruttare al meglio occasioni come questa. E poi, e poi si fa gruppo no, testina, si lavora in team, ci si conosce meglio. Infatti siamo tutti di buon umore, simpatici, accelerati. C'e' questo ragazzo in fianco a me, anche un bel ragazzo devo ammetterlo, elegante, ben messo, rampante, sano, cosi' a vederlo, padano, razza piave. Ragazzi, e chi lo tiene, e' una fucina questo qui. Parla un sacco e fa le battute. Mi ha anche spinto un paio di volte sulla spalla, per farmi capottare dalle risate. Io invece ero partito bene, poi nel corso della riunione mi sono spento, mi sono rannicchiato in me stesso, avulso dal mondo intorno a me. Ahi ahi, perdo terreno. No aspetta. Dopo mezzora anche il mio compare si rabbuia, perde tono. Anche lui ha bisogno di una "pausa".
Usciamo tutti e due e andiamo verso il bagno. Ci guardiamo con aria svagata, come se volessimo depistarci. Davanti alla porta della toilette, porta le mani alla tasca interna della giacca e dice atch mi sono dimenticato una cosa di sotto, e se ne va. Si' si'. Lo so che vuole la sua intimita'. Anch'io, francamente. C'e' chi non si fa problemi se ci sono altre persone, ma io preferisco appartarmi. Voglio dire, poi nel giro i tre minuti lo sa tutta l'azienda. Tric trac, faccio, controllo di non lasciar tracce, esco noncurante. Ci incrociamo di nuovo mentre torniamo verso la sala riunione, ha lo sguardo pensieroso, ma appena mi vede sorride complice, rientriamo brillanti, leggeri, scattanti, concentratissimi.
Dopo un'ora e' finita, ognuno al suo ufficio. Mi e' svanito l'effetto, e' tornata quella brutta sensazione, muovo la gamba nervosamente. Cazzo, ho bisogno di un'altra "pausa". Se torno in bagno adesso, si accorgeranno? Non importa.
Esco e in corridoio ritrovo il mio amico che ride e fa lo splendido, e' ancora su, guardalo come sta alla grande il bastardo.
Beato lui che gli e' passato il cagotto. Oh comunque, l'influenza intestinale quest'anno e' terribile.

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martedì, 16 maggio 2006

In corridoio

(Odio tutti gli animali che volano, ma anche tacchini, struzzi e galline)

Questa notte ho fatto un sogno, un incubo. Sono in camera mia, sto per andare a dormire. C'e' la finestra spalancata ed entra un insetto, una farfalla, ma un po' piu' grande di una farfalla, nera. Si muove velocissima, a scatti. Continua a girare forsennata e cozza contro i muri. Mi impressiona, mi da' un senso di sudicio e malarico, ho paura mi venga addosso, in faccia, o si infili sotto i vestiti. Fa un rumore sordo e vibrante che tocca i nervi, serro gli occhi e la mascella. La vedo pelosa, ruvida al tatto, sento il ribrezzo sulle dita. Come di fronte a un brutto presagio, vorrei ritrarmi dentro dentro dentro. Sto muovendo le braccia per spingerla verso la finestra e farla uscire quando, con un frullo osceno, arriva un uccello, tipo un piccione ma piu' convinto, nero anche questo. Atterra sulla scrivania, poi sbattendo forte le ali si alza e incrocia la farfalla, la ingaggia, la stringe nel becco, la spezza e la mangia. Rimane appollaiato sul comodino, mentre le piume nell'aria si posano, mi fissa. Davanti alla porta io resto immobile, per nulla sollevato, anzi sempre piu' in preda allo spavento. Ha lo sguardo stupido di chi puo' fare cose stupide, crudeli senza una ragione, e ora siamo io e lui. Mentre la mia paura aumenta, ma ancora non abbastanza da farmi fare qualcosa, un falco, o comunque un rapace, un uccello piu' grosso e cattivo, cala in picchiata e schiaccia il piccione. Si vede sangue, rosso, rosso scuro e viola. Ci sono piume, e le piume sono malattie, non posso spiegare come ma io lo so che sono malattie. E il falco e' grande, il falco e' furbo, e' piu' forte di me: non riusciro' mai a cacciarlo fuori. Ho paura e schifo, e il disgusto perfeziona il panico. Apro la porta e la tiro dietro di me, per chiuderlo dentro. L'unica mossa possibile. Lo sento muoversi. Ma non puo' girare la maniglia, sono al sicuro, sono in corridoio.
Mentre sto li', in piedi, mi si rallenta il battito e mi pare di
ragionare. Respiro e penso, piano piano mi calmo e dimentico. Subito comincio pero' a preoccuparmi. Cosa faccio adesso? Non ho piu' una camera, non ho un letto, non so cosa fare, a parte rimanere in piedi, in corridoio. Potrei chiedere a qualche amico, ma e' notte, e comunque cosa gli dico, o ai miei coinquilini, ma dormono, e poi hanno la loro camera, il loro letto, le loro cose. Ognuno ha una stanza, ognuno e' chiuso in questa sua stanza, mentre io non ho un posto mio, non posso sdraiarmi, riposare o sentirmi tranquillo. Passeggio tra ansia e sconforto, mastico un'angoscia triste da sfollato.
Poi mi vesto, con gli occhi rossi intorno e le mani fredde, e vado a lavorare.
Ma questa sensazione di essermi chiuso fuori e' rimasta, come se da qualche parte non mi fossi davvero svegliato, o non avessi davvero sognato.

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venerdì, 12 maggio 2006

Gli spari buoni

Che fine han fatto le cose non dette. Ah io credevo. Son lì nell’armadio con la camicia rosa, o arriveranno domani, per quella strada che non faccio mai, o in viaggio, hai presente, dove voglio andare ogni anno. Pensavo insomma di averle messe da parte. Non le trovo più.
Cosa pretendevo.
Perché quello che non usi non è davvero tuo.
Partivi o tornavo e non ti ho mai detto tutto né chiesto niente. Mi guardi se ti aspetto, ci chiediamo se mi abbracci, ma spiamo solo dai buchi, ci sporgiamo dai bordi, il naso schiacciato sui finestrini, porte basse e strette. Infinite possibilità su cui non siamo saliti, corde tese da cui non siamo scesi. Potevamo avere la pioggia e abbiamo contato le gocce, o qualcosa del genere. Era un baratto al ribasso, ma non ti voglio mettere in mezzo, hai talmente tante facce ora che sei andata via.
Spari, spari buoni, che non sono riuscito a incrociare, tiri imprendibili che non mi han colpito. Perché poi, non saprei dire. Questa mela mangiata in due morsi, questa lettera lasciata a metà, la fretta la voglia di cambiare canale. Forse paura finisse male, l'età, l’insicurezza, l’euro, il papa, il tempo, o chi lo sa.
Così adesso, adesso è un casino. Credevo di avere tutto con me, qualcosa in mano, il resto nel sacco. Invece col cazzo, non c’è ripostiglio, non c’è un indietro, e sai, alla fine, non c’è neanche un segreto. Non hai veramente in mano niente. Quello che dici, quello che dai, solo quello è tuo, e la fatica che fai. Potrei anche aggiungere che le persone pulite hanno le mani sporche, but that’s a tricky sentence e io invece voglio solo dire una banalità, che quello che conta, insomma, è costruire. Anche silenziosamente, come dice la canzone. Gli abbracci mancati arriveranno di rimbalzo. Alziamo l’architrave, facciamo i carpentieri.

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giovedì, 11 maggio 2006

Nota di servizio - Chi e' a Udine?

Io purtroppo no. Stasera al Visionario, Centro Arti Visive, ore 18, Sala Minerva, documentario sul Mali. Per favore andare e poi per lunedi farmi relazioncina.

Sabato ore 17, sala Astra, incontro con Ryszard Kapuscinski. In caso dire che magari io essere la'. Augh.

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martedì, 09 maggio 2006

Un consiglio veloce, un sondaggio, il zoca interattivo

Post a scomparsa.

Allora, c'e' una qua, non so chi cazzo e' ne' cosa fa, che mi ha appena chiamato "schiavetto". Cosa faccio, la lascio vivere?

Via al televoto.

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lunedì, 08 maggio 2006

Chi al mondo

Sto guidando con una mano mentre con l'altra reggo il panino crudo insalata mozzarella. Non ho avevo il tempo per farmelo scaldare, la mozzarella e' tutta ritrosa e freddina (c'e' chi dice, malignamente, sia frigida), non mi da' confidenza e col suo atteggiamento mi inibisce anche il crudo. L'insalata invece vuole fare la sbarazzina, ma si vede che non ha personalita'. Alla lunga mi annoio. Tengo sottocchio una cartina stampata da mapquest e fisso il mio obiettivo dentro il cerchiolino. Per dove vado. Faro' tardi. Non arrivero' mai, oddio. Ma che, era quella? Forse ho sbagliato strada. Non so dove sono. Chiedo al vecchietto, non chiedo al vecchietto, mah, intanto lo schivo poi si vedra'. C'e' uno in senso contrario. Pacifico, lui. Areo! Agito il panino e muovo la bocca senza dire niente. Molti si fanno beffe della segnaletica orizzontale e verticale. Anch'io adesso devo fare un'inversione. Ho caldo e un abbagliante desiderio di azzerare il contachilometri. Mastico con fatica, per colpa del panino e della sua aridita'. Ci fosse il pomodoro sarebbe tutto diverso. Al semaforo mi si libera una mano e allora bevo. Un quarto d'ora! Cazzo cazzissimo. Suona il telefono. Non ho piu' mani. Appoggio l'acqua, non trovo il tappo, riparto, guardo i cartelli, faccio passare una macchina, poi accelero, do la precedenza, metto la freccia, sterzo, cambio la marcia, cerco l'auricolare e penso con furia: "chi! chi! chi al mondo puo' odiarmi cosi' tanto da telefonarmi?".

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mercoledì, 03 maggio 2006

Train in vain

Mi piace pensare a me stesso come a una persona molto tollerante, elastica, aperta ai cambiamenti e impermeabile alle facili definizioni. Spero per il mio futuro di non dovermi trincerare nella velocita' delle risposte o nella forza dei rifiuti.
Detto questo, mi capita a volte di prendere il treno. Succede di veder arrivare un ragazzo sui 16-17 che si siede di fronte a me. Sguardo torvo, cuffiette e musica altissima, felpa a-style, scarpe basse da mille milioni di dollari, gel sui capelli come se non ci fosse un domani.
Rapido senso di fastidio.
Poi salgo in sala controlli e dico ohe' cos'e' questo brusio di sottofondo? e comincio a distribuire schiaffoni a destra e a manca. Cosa parli tu? E tu? Ma ti ricordi com'eri poco piu' di 10 anni fa? Con la musica nelle orecchie che la sentiva tutta la scuola che tu eri ancora sotto casa. E non ti vestivi anche tu da macchietta? Con quei pantaloni bracaloni e le tasche laterali piene di carte e cartine e le magliette tutte sbrindellate? Con tuo padre che un giorno ti ha offerto dei soldi pur di vederti con un paio di scarpe nuove. Qual e' la differenza? In fondo anche tu recitavi la tua parte. E' giusto cosi', e' il periodo. Ok, tu il gel non l'hai mai messo, bravo, ma cazzo tu non ti pettinavi neanche. Adesso non vorrai mica metterti a fare il solito discorso sui giovani d'oggi. Non vorrai cadermi cosi', dopo tutte le belle parole sull'apertura mentale... Ah ecco.
No, tanto per dire, vuoi che tiriamo fuori quella specie di diario con le foto dei Clash e le frasi protopunk che ci scrivevi? Ce l'ho ancora, lo vado a prendere. No dai, va bene ho capito. Ah bon.
Perfetto. Riconciliato con me stesso, posso finalmente guardare al ragazzo con serenita', grande comprensione e financo un tiepido sentimento di approvazione e incoraggiamento. Vorrei fargli capire che sto ancora dalla sua parte. Mi sento proprio meglio, perche' continuo a crescere invulnerabile alla vecchiaia dei luoghi comuni.
Guardo fuori dal finestrino, con un mezzo sorriso. Torno al mio libro. Ma non riesco a non pensare ancora al ragazzo e alla sua musica. 
Alla prima fermata raccolgo le mie cose, fingo di scendere e cambio carrozza.
Cioe' va ben tutto, ma che merda ascolti? Fighetto del cazzo.

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