( numero sette )

bonóra al marcà e tardi ala guera

martedì, 28 febbraio 2006

Agramensura

Misuro la stanza a passi brevi e metallici. Copro la casa e lascio dei segni sui tavoli, su qualche mensola. Sovrappongo la città a un reticolo, con i suoi snodi, alcuni più importanti altri meno. Riporto cosa c’è, dove. Stendo linee per la regione e lunghi tracciati per il paese, vado dritto con cura. Prendo il goniometro, verifico. Punto il compasso e lo muovo a piroette. Limo la mappa e pulisco la raggiera dei viaggi. Unisco, tratteggio, collego. Cerco di dare sfogo a questo acuto desiderio di toccare il mondo, di rivestirlo con i baci delle teorie, di tirarlo più vicino.

Ma non funziona, anzi, se possibile, mi allontano. Nessuno all’altro capo dei fili è lì per rispondere. Rotolano i quadrati, le griglie mi invischiano, mi taglio con le rette, si serrano i ranghi, inciampo nei buchi del compasso. Pensieri sul trapezio, domande al quadrato, rombi di circoli viziosi. I triangoli, i triangoli no. Bruciano i fuochi delle ellissi e tutte le figure di merda.

Vorrei liberarmi da questa colla, groviglio che a volte è abbraccio, andarmene, con la cattiveria di chi ha diviso rassicurazioni e riflesso promesse. Vorrei dissolverla, farmi largo impugnando un righello, riprendere a scorrere e andare a vista. Ma continuo a sbattere sui vetri e allora rimango qua, nel solito gioco di mischia dell’oggi e del domani, mentre tutta questa sabbia fa crescere i deserti.

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domenica, 19 febbraio 2006

Mi sono rotto

Non so chi ha messo in giro questa cosa del venerdì 17. Basta! Alla fine, povero, è un giorno come un altro. Che poi uno sta attento attentissimo per tutta la giornata e non capita niente, anzi salta fuori proprio una bella seratina. Voglio dire, ci sono le stesse probabilità che succeda qualcosa il giorno dopo. Anzi, niente di più facile, perché uno allenta le difese. Il sabato 18 uno si crede di essere al sicuro. E invece no. Qua io mi sono rotto. Qua non cambia niente. Provo a sobillare la primavera, spingerla a reagire, ma mi buttano acqua sul fuoco, mi tagliano il vino con la gassosa. Adesso serve una svolta però, un segnale chiaro di discontinuità. Uno dice, zoca, tieni i piedi per terra e non volare. E infatti ce l'ho tenuto il piede per terra. E non ho volato. Non sono caduto nelle provacazioni del difensore trotzkista. Ma non c'è svolta coi piedi per terra, non si può. Quindi mi sono rotto. Ho fatto crack. Mi sono seduto lì dov'ero. Il ginocchio si è incasinato. Non so se il dolore era tanto o tantissimo. Abbastanza comunque, non c'è male grazie. Avevo una mezza idea di bestemmiare ma non mi uscivano le parole. Peccato, era una bella occasione. Mi veniva da fare qualcosa, a parte stare zitto, avevo un solco lungo il viso, come una specie di sorriso. Sono andato via sulla mia gamba. Ora il ginocchio ha assunto le dimensioni del mio culo. E le stesse funzionalità. E' tutto bardato, agghindato a carnevale. Dicono che è un po' difficile capire adesso cosa è successo, così a caldo, proprio oggi che è domenica. Bisogna vedere tra dieci giorni se il menisco è interessato. O se invece non gliene frega un cazzo. Se la tirano molto i menischi. Per il futuro mi consigliano sport meno traumatici, tipo il golf. Però il dottore ha visto la mia faccia e si è scusato subito. Allora tipo la briscola a coppie. Facendo però attenzione ad accompagnare le carte con cautela, non buttar giù i carichi di forza battendo sul tavolo. Io non so, non sono convinto, mi pare di snaturare il gioco. Lasciamo stare. A posto così grazie.

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venerdì, 17 febbraio 2006

Sempre piu' cose sono illuminate

Torno a casa sperando che la tua luce sia accesa. E’ accesa. Allora busso. Sembra quasi che mi aspettassi anche tu. Ci siamo visti a pranzo, ma non importa. In questi casi facciamo una cosa: tu porti le sedie in terrazzo e io prendo due birre dal frigo. La strada alberata è brutta, le case davanti per ora non crollano, vorrebbero, ma non ce la fanno. Intanto però chi passa accelera, le macchine, le persone, gli autobus. Solo il tempo rallenta. Sarà che fa caldo, sarà che le foglie, verdi, rimangono lì, ogni sera e per un po’. Sarà che a noi sembra non succedere niente.

Facciamo discorsi astratti su vite possibili, sofismi, analisi di ore su pochi minuti, 5 forse 10 minuti avuti, voluti,  negati o in vista. Quasi sempre in vista. E non abbiamo la vista buona. Peroriamo, peroriamo molto. All’occorrenza siamo pratici, perché abbiamo tante cose in comune (tra cui: una bici, un walkman, un terrazzo, alcuni amici, un nocciolato in freezer, una piantina di basilico) e ci piace vedere come ognuno le gestisce. Facciamo battute e ridiamo a fagotto. Quando ridiamo tanto invece ci prendiamo a cartoni. Usiamo parole che so già mai più mi capiteranno in bocca. Diciamo cazzo e porca puttana. Ci diamo dei consigli disinteressati e sentiti, ma inutili e impossibili, come cacca d’unicorno.

Mentre vorrei che succedessero tantissime cose, mi scopro a pensare che, se anche non accadessero, andrebbe bene lo stesso. Anzi no. Anzi sì. Invento quel maggio tascabile, dilatabile, a ciambella, che solo più tardi scoprirò non possibile. Forse anche tu lo fantastichi, e ci credi. Forse anche tu sarai deluso. Niente da fare vecchio mio. Ma ci accorderemo volentieri con una vita ciclica e gioie sottili, di stagione, colte a volte dal ramo a volte con gran pigiature. Verremo a patti, impareremo a distinguere tra acerbo e maturo, ci faremo potare per non crescere storti.

Ma intanto siamo qua, guardiamo sempre gli alberi davanti, tutto fermo. La testa pedala fischiettando. O mia bella mora. Drin drin. Marieta monta in gondola. Per vederti, un giorno dovrò guardare indietro. Sarò sicuro che in terrazzo la luce fosse sempre spenta, ma mi ricorderò tutto illuminato.

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giovedì, 16 febbraio 2006

Pivello

Dice. Dare risposte e prendere iniziative efficaci di fronte a difficolta' tecniche, logistiche o relazionali. Impiegando le proprie doti immaginative, trovando soluzioni innovative. Spesso, specie quando la criticita' emerge da un rapporto di lavoro, una questione puo' rivelarsi inevitabile; in questo caso si tratta, per cosi' dire, di uscirne il meglio possibile, evitando potenziali tensioni.
Questo intendiamo con Problem Solving Creativo.

Perfetto, dico io.

Martedi', ore 19, cammino nel piazzale, sono appena uscito dall'ufficio.
Suona il telefono.

Capo: Ciao, stai andando a casa? Guarda ti chiamo perche' volevo provare il bluetooth della macchina nuova, non sapevo chi chiamare, ahah, sai, solo cosi' per vedere come si sente, tu parla...
Io: (Metto giu')

Capo: Ciao, sono in macchina, ti sto chiamando col bluetooth per provare come va.
Io: Ah, ba-ra-ba-nene (metto giu')

Capo: Pronto? Pronto pronto mi senti?
Io: ...
Capo: Cazzo non funziona!
Io: (metto giu')

Capo: (SMS) Ci sentiamo domani, ciao.

Un classico. E ci cascano ancora.
Tze'. Bamboccio.

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mercoledì, 15 febbraio 2006

E va bene, lo ammetto

Una volta, al liceo, mi ricordo ancora, feci una qualche battuta a un mio compagno di classe, così per minchionare un po’, in modo benevolo ma acidulo.

Lui mi disse, sinceramente: "ahahah". Poi però mi disse anche, altrettanto sinceramente: "O Zoca (liceo = vocativi), ma perché te devi fare sempre le battute, le battute quelle vere?" Se avesse solo riso o si fosse solo offeso non ci avrei più pensato.

Negli anni, mi sono accorto che tendenzialmente per una battuta al momento giusto io venderei anche la casa dei miei avi. Qualche volta a discapito della grazia, della creanza e degli altrui sentimenti. Ora mi trattengo molto, ma ogni tanto mi scappa forte. E quando scappa scappa.

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martedì, 14 febbraio 2006

Presto, un diversivo!

E oggi e' San Valentino. La giornata degli innamorati. Ma per i veri innamorati tutti i giorni dovrebbe essere san valentino, cioe' queste feste a comando blablabla blabla bla (e poi tutto un discorso che finisce con) ...e il consumismo alimentato dalle multinazionali delle plutocrazie occidentali.

La speranza del mondo sono gli omini delle consegne.

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martedì, 14 febbraio 2006

Anni luce

Torno a casa e c’è la cucina illuminata. Si vede già da sotto. Mentre cerco le chiavi penso a cosa dire e accelero i movimenti, come se potessi guadagnare quaranta minuti o un’ora facendo le scale di corsa. Non succede mai niente, perché io non ho poi molte idee e tu comunque non sei tipo. Sei molto più difficile di mamma. Siamo fatti così tu ed io, abbiamo bruscolini negli occhi e li lasciamo quasi sempre là. Quando li togliamo, ci viene tutto male, sembra scritto, finto, al rallentatore. Entro. La luce è grande, come il giornale che leggi. Non mi dici niente, e sono attimi strani, due pensieri uguali e contrari che non arrivano alla bocca, si mischiano nell’aria, rarefatti, sospesi con la carne della cena. Hai la faccia seria di chi sta facendo uno sforzo, una severità tenuta bassa col tuo telecomando. Io invece ho le labbra convulse, trattenute coi canini, l’espressione di prima fila a cerimonie vigliaccamente sfregiate da pernacchie di retrovia. Non c’è niente da ridere in verità, lo so. E’ solo un’improvvisa pressione sull’orifizio superiore. Aspetto le tue parole e intanto accumulo scuse che le attutiscano, faccio tre o quattro file di copertoni fuori dalle curve.

Ma tutto finisce qua, giusto il tempo per uno sguardo più duro con cui mi accompagni per un po’. Allora io prendo la tua faccia seria, di quel serio di chi vuol fare bene uno scherzo, e la porto a letto. In corridoio, forse questo non lo sai, non lo sospetti, in corridoio me la provo un momento. Me la sento perfetta, aderente a ogni serenità, a ogni preoccupazione, dove scava, dove pronuncia, io scavo e pronuncio. Solo che in piccolo, ho messo le imperfezioni in scala. Sarà questa allora la maschera, sempre tradita dagli occhi. Lo capisco ma lo nego fortissimo, perché così vogliono i miei anni.

Vado in camera, poi sotto le coperte. Sono stanco, prima di dormire vorrei pensare alcune cose, ma sto bene e non ce la faccio.

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martedì, 07 febbraio 2006

Sara' capitato anche a voi

E' tutta oggi che ho in testa una canzone che fa piu' o meno cosi': que traca tran tran tra'.

Voi non la conoscete, ma vi assicuro che e' simpatica e molto allegra.

Il fatto e' che a volte mi manca molto una citta'. Mi piaceva come la cantava, in quella maniera sgraziata e trasandata, la voce roca. (Lui e' morto, un paio di anni fa, nello stesso modo descuidado in cui cantava). Ma quando ascolto la canzone mi pare sempre di sentire il sole fuori, di essere da un'altra parte. Non mi ricordo come si intitola. Dentro c'era un elenco di tre cose che voleva fare, cantare, ballare e la terza non me la ricordo. Pero' mi ricordo che raccomandava di dire alle ragazze di non mettersi il trucco, perche' ai fiori si da' l'acqua, acquetta fresca. Si', quindi niente di che. Strani puntini si uniscono dentro la melona.

Vabbe', come segnalazione mi e' venuta cosi' cosi', come bozzetto intimista insomma, pubblicita' vedi te, non so neanche il titolo... cosa vi posso dire, bon dai, niente, morta qua.

E se va bene a me, buon traca tran tran a tutti. (Perche' c'e' un traca tran tran per ognuno di noi)

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lunedì, 06 febbraio 2006

L'Apocalisse secondo me

Io non lo so se ci sto piu'. Io non sono tanto d'accordo. Forse dico basta. Ora dovrei proprio puntare i piedi. Si'.
La ragazza parla tutta la sera, fino all'una, le due. Fermati, non ce le hai tutte queste cose dentro, e' tutto scoperto, ti si vede la panza, stai andando a credito. Non sei stanca? E ride. Dico davvero.
Mi avesse fatto ridere lei almeno, ma niente.
E oggi parlo io, sposto tutte quelle parole e le butto di qua, di la', le tiro, loro si dimenano come un grosso pesce, allora le stanco, mi bilancio bene sulle ginocchia. E quando vengono su, io le ributto a mollo, perche' non ne avevo bisogno, era cosi', un hobby, gli altri lo fanno e mi son detto perche' io no. Adesso ho i cassetti pieni di discorsi, gli armadi, le frasi stese fuori al sole, qualche storia dentro il forno, chiacchiere nelle tasche.
Poi parla lui, parla con me, ma non proprio con me, a me, insieme a me, sopra di me, contemporaneamente. E' tutto un parlarsi attorno. Discorsi paralleli, ognuno per la sua strada, ci fermiamo per essere ascoltati meglio dopo, stiamo zitti in attesa, di dire ancora. C'e' la fila dietro, le signore col bigliettino aspettano il loro turno. Raccontiamoci tutto. Tutto tutto. Chi ti ha detto cosa, quando, dov'eri, cosa facevi, cos'hai pensato, come sei riuscito a non riuscire, se hai freddo, hai sonno, hai comprato lo shampoo, il vicino ha cambiato cane, si' cambiato, ne aveva uno e adesso un altro diverso. E' tutto importante, perche' possiamo dircelo. Sembra bello potere. Parliamo col gatto, col sorcio, con noi stessi. Lo mettiamo per iscritto. E poi cosa faremo, sempre la stessa identica conversazione su cosa faremo, cosa faremo. Sai cosa faremo? Niente faremo, perche' saremo qua a parlare. Ci rubiamo il tempo.
Ma tutte queste parole perse, per distraziore, per superficialita', per noia, ci torneranno contro, io dico, impossibile non abbiano un peso, si fracasseranno pure da qualche parte.
Sulla luna forse, e' possibile, non lo sappiamo, e d'altra parte non potete neanche dimostrarmi il contrario. Riempiono i mari e i crateri, ne cambiano forma e tracciato. Andra' fuori orbita un giorno, si allontanera'. E allora ci manchera', improvvisamente, questa palla sospesa, visibile ma non raggiungibile mai, lontana, vicina, quotidianamente distante, inabitabile, in quel modo attraente, con i suoi influssi deboli e incatturabili. Noi e le nostre cazzo di domandine sagaci. Questo spazio, solo da guardare, se ne andra', come tutte le cose mute. Non potremo neanche telefonarle o mandarle messaggini. Sconcerto. Impossibile, diranno tutti. Invece andra' cosi'. Tutte le parole rimarranno qui, non riusciremo piu' a liberarcene, staremo tutti schiacciati, gli spazi intasati. Nessuno fara' piu' niente perche' non ci sara' tempo, tra annunci racconti e spiegazioni. Rimarremo soli con la nostra arguzia e la curiosita' frustrata. Non solo non potremo piu' spulciarci a vicenda, ma anche le cose veramente importanti ce le dovremo mangiare tutte, metterle dentro il pane e mandarle giu'. Finche' scoppieremo. Pum.
Io vi ho avvisato, voi tutti giu' a ridere. Ok, d'accordo. Vedremo. Dopo non dite.
Prevenire e' meglio che curare.
Solo chiamate d'emergenza.

* Nota per i consumatori: parole e scorie deiettate tramite splinder inquinano poco niente e rispettano i nostri satelliti.

* L'autore si scusa per l'eventuale disturbo recato ai lettori da quel "per iscritto". Potete tranquillamente sostituirlo con "in Isvizzera".

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giovedì, 02 febbraio 2006

I mangiatori di patate (vol.2)

Si può mettere una riunione alle 18e30? Che orario è?
Verso le 19e40 ho sentito anche il ficus di nome Benjamin fare un intervento più sentito del mio e ho capito che era il mio momento. Di andare via.
Ma ora che ho mangiato il mio meritato piatto di ceci, ci tengo comunque a riassumervi quello che ho fatto mio di questo importantissimo staff meeting: Un dos tres un pasito pa'lante Maria, un pasito p'atra' nanananannananaaaa eh!.
(L'espressione "ho fatto mio" odora di ipocrisia con un retrogusto di oratorio, non pensate che non lo sappia, l'ho usata di proposito, e bassamente, per instillare in voi almeno un miliardesimo del mio irritato torpore).
Beh, insomma è finita che ho dovuto manifestare al capufficio la mia preferenza riguardo all'annà ammorì ammazzato piuttosto che proseguire nello sviscerare i tanti tanti temi sul tavolo. Poi un direttore ha fatto la battuta. Qualcuno si è fatto una crassa risata aziendale*, qualcuno ha annuito, qualcuno ha accampato problemi di budget e se l'è svignata.
Io e Benjamin ovviamente eravamo fra questi ultimi.

Stasera ho guardato pure la televisione.
Che mondo. Sono ancora scosso. Non ci sono più abituato.
Il fatto è che ero un po' in ansia per quella cosa, quella storia là, dai che ne hanno parlato tutti.
Gesummaria che vergogna.
Perché alla fine dite quel che volete ma sono dispiaceri per una famiglia.
Del Gianfranco che si fa le canne dico.
Tanto un bravo ragazzo.
Ah ma ultimamente si vedeva che non era più lui.
Da quando ha iniziato a viaggiare, secondo me.
E poi tutti gli amici che dicono che anche loro, qualche volta, e anche di peggio, proprio così han detto, ma perché erano in compagnia e non volevano far figure. Belle compagnie che frequentate, bravi. Ve l'avevo detto io, state con l'Alessandra, che lei neanche le aspirine si prende.
Comunque non gli è piaciuto, a nessuno! A nessuno. Qualcuno ci ha provato per un po', ma niente, non c'era verso. A uno gli è venuto mal di pancia. Ha fatto la cacca molle.
Mannaimer dice che questo scherzetto gli andrà a costare una mezza unipol, al Gianfranco.
Non è che sia preoccupato eh, o indignato. Era così per minchionare, oh mi raccomando. Che poi lo so io che mi passa quello che lascia il commento in favore delle canne, contro AN o chenneso. Ragazzo non farlo, che io... no dai niente, non c'ho la forza.

Ragazzi, son due giorni che sono così, infastidito. Non so cosa fare. Sto pensando, sto pensando di brutto.
Per fortuna che lo maschero bene.

Ok, è vero, scrivo ste cose. Ma poi mi passa.

Il mio nuovo coinquilino è proprio simpatico, questa è una piacevole sorpresa. Mi ha illuminato il desco con una nota di colore, purtroppo regionale. Dico purtroppo perché ai non veneti non dirà niente. Si giocava a tradurre in inglese maccheronico modi di dire italiani o dialettali (sì... lo so, è che noi veneti da sobri rendiamo un 50%). Se ne è uscito con un I come cakes > vegno torte > passo a prenderti che mi ha steso.


Vado in veranda a fumare e poi a letto. Quando un giorno è finito e un altro giorno deve ancora iniziare. Sigla.


*Una risata aziendale è semplicemente un forward di una risata normale con il capo in cc.

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mercoledì, 01 febbraio 2006

Nao!

Ed ecco 3 sviluppi di un concept francamente deboluccio. Purtroppo non sono stati nemmeno presi in considerazione.

1. Dedicato a M. Troysi.

La vita sta bussando.
Vai tu?
Apri.
Maronnadocarmine, che pesante.
Adesso.
E nu mumento! mo' arrivo.
Vivi.
?
Adesso.
Eh?
Sempre.
Si' si', mo' mo o segno proprio.

2. La vita sta bussando.
Certo che poteva almeno fare un colpo di telefono prima.

3. La vita sta bussando. Toc toc
Non compriamo niente grazie.


Questo post e il suo autore verranno distrutti in 10 minuti.
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